"La speranza è una trappola", Monicelli non ci sta


Ci ha lasciato a modo suo. Cogliendoci impreparati, sorprendendo il nostro letargo, proprio come nei suoi (ormai nostri) film. Mario Monicelli si toglie la vita senza parole, senza morali. Perché la speranza è una trappola, e il maestro non voleva rimanerne prigioniero. Proprio alla fine.

Monicelli è stato probabilmente il più grande regista della nostra Storia del Cinema. Perché è stato il più completo, senza cedere mai all'autoreferenzialismo. Passando da commedie immortali come l'Armata Brancaleone o I Soliti Ignoti, a drammi epocali come La Grande Guerra e ritratti emblematici quali Un Borghese piccolo piccolo. Fino a quel Parenti Serpenti che sembra graffiare come epitaffio la sua immensa carriera.

Ha lavorato con tutti i grandi del cinema italiano. Da Totò a Sordi, da Gassman a Mastroianni, da Tognazzi a De Sica, dalla Magnani alla Loren. E Montesano, Proietti, Manfredi, Villaggio...La lista è senza fine.

Di Roma, che scelse e sentì casa sua, ha saputo cogliere quel cinismo profondo che con Sordi ha incorniciato una filosofia di vita. La quale va oltre il sarcasmo ed il pessimismo, e sa quasi di Romanticismo, quello vero. Quando abbiamo stilato la classifica dei migliori dieci film su Roma, ci siamo resi conto che era l'unico regista ad avere ben due film in lizza, ed il suo Marchese ha trionfato.

Stanotte piove sull'addio del grande maestro. Domani, quindi oggi, diluvierà di saluti, lacrime e applausi, per lui troppo retorici. Allora usiamo le sue parole, forti, per provare a spiegarlo senza giri di valzer. Sono quelle che adoperò parlando del suicidio di suo padre, Tomaso Monicelli:

"...La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena".

Fine e titoli

  • shares
  • Mail
2 commenti Aggiorna
Ordina: