Al tavolo della Sicurezza del Ciclista per ora solo parole


Dopo l'ultima tragica fine di un ciclista romano, il Comune di Roma, raccogliendo la sacrosanta protesta dei romani che pedalano e camminano, ha convocato l'ennesima riunione straordinaria presso il Dipartimento Mobilità e Trasporti sulla “Sicurezza del Ciclista”.

Al tavolo erano, o dovrebbero essere state invitate le principali associazioni di categoria, fra comitati e blog, le quali già non erano affatto soddisfatte per la scelta dell'orario della riunione, in mezzo ad una mattinata di lavoro, ma soprattutto (chi è riuscito a partecipare) erano piuttosto rassegnate dalle tante parole e promesse dell'amministrazione.

Anche per questo però la tavola rotonda si è dimostrata subito piuttosto spigolosa. Per non parlare del fatto che il direttore d'orchestra, Roberto Cantiani, delegato sicurezza stradale del sindaco, per altro molto gentile e disponibile, era la prima volta che incontrava i rappresentanti di categoria.

Come ha provato a parlare, dopo un tragico esordio sull'utilità turistica del bikesharing (?!?!), di Piano di Sicurezza stradale da far firmare al sindaco entro fine Dicembre, la platea si è spiazentita. Altro che chiedere ancora una volta "il punto di vista dei ciclisti romani", sono quest'ultimi che pretendono fatti e tempistiche precise.

Di fatto, ammette subito Marco Contadini (Struttura Coordinamento Sviluppo Ciclabilità Urbana) esistono già richieste precise, c'è un decalogo, ci sono resoconti su resoconti di tavoli tecnici, progetti, finanziamenti. E' piuttosto singolare che le comunicazioni all'interno del Comune appaiano ancora così epifaniche.

Non solo, ben venga la costituzione di un centro di monitoraggio per la sicurezza stradale, finanziato dalla Regione, quale consulta comunale (oltre a quella nazionale e quella provinciale) con il suo Report annuale, ma esistono anche già diversi dati precisi.

Lo fa notare Chiara Ortolani, ingegnere urbanistico de La Sapienza, che ha già lavorato alla progettazione stradale e non si dice convinta dell'aver fin'ora avuto come referente comunale l'assessorato dell'Ambiente. Insiste sulla tutela dei limiti di velocità. Che senso ha parlare di piano del traffico di Roma se si lasciano strade urbane con velocità di progetto di 80, 90 km orari?

Tuttavia la discussione prende poi una piega polemica per così dire interna, fra ciclofili, il che non sembra sia così utile alla causa comune. Divisioni fra ciclisti sportivi per passione e ciclisti urbani quotidiani (come se poi andare a lavoro in bicicletta non rappresenti una passione, perfino superiore!), polemiche di quartiere, personalistiche, fino all'insofferenza per le ovvie denunce dei pedoni. Sembra di partecipare alla classica riunione condominiale...

Da questo punti di vista bisogna ammettere, lo dico da ciclista cittadino, che il popolo dei pedali rischia spesso questo genere di faide. Forse perché è nella natura libera di chi va in bicicletta, di essere infastidito dalla prepotenza di chi ragiona su confini e priorità presunte. Però si perde di vista la cosa che poi dovrebbe unire tutti, la difesa dell'incolumità dei più deboli.

Qualcuno ha fatto notare giustamente che il problema più grave a Roma, resta la cultura della città e dei suoi cittadini, incapaci di comprendere la mobilità degli altri, di tutti. Ciclisti, pedoni, suolo pubblico, urbanistica. Per i romani sono alieni. I bacarozzari sono convinti che la strada sia loro fin dove muri, transenne e condanne glielo consentano.

Ecco il vero Male. Ed è emblematico che poi nessuno abbia accennato al tasto della pirateria. Un flagello che rappresenta questa condizione. Perché là fuori siamo nel mare malignum dove le regole vengono infrante senza autentiche ritorsioni. Il Codice della Strada inasprisce la pena per omissione di soccorso ma è il Codice Penale che non rende davvero definitiva la differenza fra carnefici.

Finché non ci saranno pene esemplari (dieci, quindici, vent'anni) per chi colpisce e non si ferma, per chi uccide e fugge, forse non vedremo mai la luce. Personalmente io trovo che un omicidio premeditato, con un movente, sia a volte (dipende dal movente) meno grave di chi causa l'incidente altrui senza farlo di proposito, e poi, volontariamente, lo lascia morire scappando.


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