Omaggio alla pioggia romana


Sono strano lo so. Fa parte dell'essere romano. Il nostro controsenso è avvolto dalla stranezza; a Roma ci si innamora senza senso, e ci si lascia per lo stesso motivo. Ci si perde. Tutta la sua parvenza di cinismo pratico, Roma la veste per smorzare la follia, l'ambigua stima per i matti, che poi ci si diventa, ce s'affeziona. Ne facciamo miti.

Sarà per colpa della Bellezza Eterna, che ti schiaffeggia, ti ride in faccia. Il romano si difende infischiandosene, si copre de "chissenefrega", gioca, perché sa che poi finirà a fa lo stupido comunque. Anche stasera. Tanto pe' faje di de sì...

A Roma quando piove è un manicomio, come se non lo fosse sempre, e se piove forte, pare una piaga d'Egitto. S'allaga tutto, si ferma tutto, è la fine del mondo. Eppure Roma con la pioggia è Magica. Lo abbiamo già provato a raccontare.



L'odore gonfio prima e fresco dopo, il fuggi fuggi che libera le strade, quell'effetto lavacrum che sembra purificare la città. Gli specchi e i riflessi che brillano come ornamenti lucidati. Perché a Roma di rado piove tanto di seguito. Ad un tratto smette, forse per poco, ma non fai mai a tempo a scappare perché ti perdi a contemplare.

Magari esce pure il sole, e che sole, che pennella arcobaleni fosforescenti, quadri d'autore appesi alla rovescia in pozzanghere grosse come laghi. Poi però riprende quando eri convinto di essere al sicuro e non sai come ma te fracichi sempre. Eppure non te la prendi, anzi te senti battezzato un'altra volta. Lo so, sono strano. Sono romano.

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