Emergenza nei tribunali di Roma: non ci sono abbastanza traduttori. I processi vengono rimandati

Tribunale

Sta davvero assumendo le proporzioni di un'emergenza: durante lo scorso anno, circa il 37% dei processi hanno coinvolto uno straniero che ha, o comunque avrebbe avuto bisogno, dell'aiuto di un interprete. Lo dice la Legge, che obbliga a garantire la tutela dei diritti degli indagati, delle vittime e dei testimoni.

In quello che è il Tribunale penale più grande d’Europa, a Roma l’utilizzo dei traduttori varia dal 10 al 30% dei casi per i processi civili. La percentuale aumenta fino al 40%/50% nel caso di processi per direttissima. I traduttori ufficiali sono solo 180: manca quindi il personale specializzato e i processi vengono rinviati.

Insufficienti soprattutto gli interpreti cingalesi e quelli cinesi: stessa situazione - ora risolta - che fino a qualche anno fa riguardava i traduttori filippini. Nel caso di interpreti rumeni, albanesi o arabi invece, il traduttore si trova nel giro di un’ora. L'Aiti (Associazione Nazionale dei traduttori e Interpreti) chiede norme chiare e vincolanti sull'utilizzo degli interpreti nei tribunali.

Questo soprattutto perché manca un sistema di reclutamento degli interpreti che sia valido per tutto il territorio nazionale. A Roma, attualmente si presenta domanda d'iscrizione presso il Tribunale civile o il Tribunale penale senza passare per la Camera di commercio, che però è necessaria per essere iscritti nell'Albo dei Periti (e garantire così una maggiore professionalità della prestazione).

Non è l'unico attestato di professionalità che manca: fino allo scorso anno, il pagamento concordato era di quattro euro lordi all’ora. Guardando all'Europa, la cifra è un ventesimo di quanto ricevono in Olanda e addirittura un sesto del compenso in Albania. Persone qualificate che firmano i verbali, depongono ai processi e ci mettono la faccia: devono anche fare molta attenzione nelle comunità di appartenenza con il rischio di minacce.

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