Fantasmi di Roma: Beatrice Cenci

Non serve la notte delle streghe per riportare in vita lo spirito errante di Beatrice Cenci, che storia e leggenda di Roma lasciano vagare da secoli nei luoghi del suo supplizio.

“Scocca la mezzanotte. Un’eterea figura femminile passeggia lungo Ponte Sant’Angelo. Si affaccia sul fiume Tevere, poi torna a camminare silenziosamente. Fra le candide mani tiene la sua testa, recisa dal corpo molti secoli or sono.”

Per ogni animo sensibile alle ombre generate dalla luce, le presenze impalpabili, e le suggestioni che persistono alla ragione, Roma custodisce i fantasmi dei suoi figli martoriati dalla violenza degli uomini e la crudeltà di chi avrebbe dovuto punirli.

Figli della storia e del folclore locale che si aggirano da secoli tra le vecchie pietre e i crimini immondi della città eterna, come la bella Beatrice Cenci, vittima e carnefice di un padre dissoluto, trasformata in eroina popolare dai macabri eventi che ne hanno segnato il destino, insieme a quello della sua nobile e potente famiglia romana, stroncata da morte violenta alla fine del cinquecento.

Una storia di sevizie, subite per anni dal dissoluto genitore ucciso dalla disperazione, e dai fautori della legge a caccia di una giustizia deprecabile per la rea confessa, culminate nella decapitazione sulla piazza di Ponte S.Angelo, che sembrano averne condannato l'anima a vagare per l'eternità, e il fantasma a tornare nei luoghi che non hanno mai smesso di grondare sangue innocente.

La storia della beltà e giovinezza di Beatrice, della perversioni crudeli e incestuose del padre, la vendetta dei fratelli, il supplizio finale, riportata sui libri di scuola, narrata da storici e artisti, dalle pagine della tragedia di Percy Bysshe Shelley (The Cenci, 1819), o di quella di Antonin Artaud (Les Cenci, 1935) che preparano il Teatro della Crudeltà di un genio folle, e hanno ispirato le scene cinematografiche di artigiani del macabro come Lucio Fulci (1969), e prima ancora Mario Bava (1956) o Riccardo Freda (1956). (video subito a seguire).

La stessa memoria del processo e della condanna della parricida Beatrice Cenci, che sembra aver ispirato il presunto ritratto di Beatrice attribuito a Guido Reni o ai suoi allievi, forse Elisabetta Sirani, conservato nella Galleria nazionale d'arte antica di Palazzo Barberini, ma anche quello di Santa Caterina d'Alessandria dipinto da Caravaggio.

Di antica origine medievale, con non poche connessioni con la corte pontificia e ricchezze accumulate da Monsignor Cristoforo, nonno di Beatrice, la famiglia Cenci fece le spese dell'indole spregevole del figlio, il conte Francesco Cenci.

Il padre di dodici figli avuti da una Santacroce, di cui solo cinque vivi, e dei giovani Giacomo, Bernardo e Beatrice costretti a vivere nel palazzo romano del quartiere Regola, con Lucrezia Petroni, vedova sposata da Francesco in seconda nozze (già madre di una figlia uccisa dal padre di Beatrice), alla mercé degli abusi di un genitore con i mezzi per corrompere i giudici di ben tre processi subiti per i suoi “amori” spregevoli, fra cui uno per sodomia nei confronti dei figli di un rigattiere.
 
Ripetute angherie per la giovane Beatrice tornata in famiglia, segregata, percossa e violentata dal padre davanti agli occhi della matrigna, per la giovane signora di stirpe nobile, nata a Roma il 6 febbraio 1577 da Ersilia Santacroce, dopo la morta della madre, crescita dalla monache francescane del Monastero di Santa Croce a Montecitorio, dai sette ai quindici anni, ma dall'infanzia comunque turbata

“... Quando ero bambina, ogni notte facevo lo stesso sogno. Sono nuda in una stanza immensa e una bestia respira, respira, non smette di respirare. Mi accorgo che il mio corpo splende. Vorrei fuggire, ma devo nascondere il mio corpo nudo. Si apre allora una porta. E all’improvviso, scopro di non essere sola. No! Insieme con la bestia che mi respira a fianco, sembra che altre cose respirino; e d’un tratto vedo brulicare ai miei piedi un ammasso di cose immonde. E anch’esse sono affamate. Comincio a correre senza fermarmi per cercare di ritrovare la luce. La bestia, che incalza, mi insegue di grotta in grotta, me la sento addosso, ha fame, tanta fame...” 

Un orrore continuo fatto oggetto nei dettagli anche di una lettera inviata al Papa, mai giunto a destinazione, che peggiorò con la segregazione nel castello di Petrella Salto, in Abruzzo, sotto la sorveglianza del giovane Olimpio, del quale a quanto pare Beatrice divenne amante.

Una prigionia esasperante, punita con percosse ad ogni tentativo di liberarsene, che peggiorò quando il padre Francesco, malato di rogna e di gotta, rissoso, violento e spesso in contrasto con la giustizia, per sfuggirne alla legge e i creditori, si vide costretto a ritirarsi nella Rocca di Petrella Salto, portando con sé i figli minori Bernardo e Paolo.

Un ritiro che non impedì al manigoldo di invaghirsi di Annetta Riparella, una fanciulla del vicino paese di Vittiana che fece rapire e uccidere in seguito al violento rifiuto ricevuto, riuscendo anche a sfuggire alla vendetta di Marzio da Fioran detto il Catalano, amante della donna e capo brigante del luogo.

Quel che sappiamo da un mix di storia e ipotesi, dipinge la giovane Beatrice esasperata dai violenti abusi (sessuali) paterni, rea dell'omicidio con la complicità della matrigna Lucrezia, dei fratelli Giacomo e Bernardo, del castellano Olimpio Calvetti, e del maniscalco Marzio il Catalano, dopo un paio di tentativi non andati a buon fine con il veleno e un'imboscata di briganti locali.

Al terzo tentativo, la notte del 10 settembre 1598, Giacomo procura a Beatrice un forte dose di Oppio mescolato ad una bevanda (probabilmente il vino) del padre, e si presume che ad accanirsi sul corpo stordito, furono Marzio spezzandogli le gambe con un matterello, Olimpio, e forse lo stesso Giacomo, trafiggendo con un chiodo il cranio ed la gola, e precipitano il cadavere dalla balaustra per simulare un incidente.

Il 9 settembre 1598 il corpo di Francesco fu trovato in un orto ai piedi della Rocca. Dopo le esequie il conte fu sepolto in fretta nella locale chiesa di Santa Maria. I familiari, che non parteciparono alle cerimonie funebri, lasciarono il castello e tornarono a Roma nella dimora di famiglia, Palazzo Cenci, nei pressi del Ghetto.

Voci e sospetti, alimentati dalla fama sinistra del conte e dagli odi che aveva suscitato nei suoi congiunti, indussero le autorità ad indagare sul reale svolgimento dei fatti, con l'inchiesta voluta dal duca Marzio Colonna, feudatario di Petrella, e dal viceré del Regno di Napoli Don Enrico di Gusman, conte di Olivares, e quella del pontefice Clemente VIII, che riesumata la salma, esclusa la caduta come possibile causa delle lesioni, e interrogata la lavandaia che aveva ricevuto le lenzuola intrise di sangue del padre da Beatrice, imprigionò, torturò e uccise tutti i congiurati.

Olimpio Calvetti, minacciato di tormenti, rivelò il complotto, ma anche se riuscì a fuggire, morì per mano di monsignor Mario Guerra, per evitare che questi confessasse il delitto. Marzio da Fioran confessò sotto tortura, ma messo a confronto con Beatrice ritrattò e morì poco dopo per le ferite subite. Giacomo e Bernardo confessarono e vennero rinchiusi nel carcere di Tordinona, mentre Beatrice, dopo aver negato ostinatamente ogni coinvolgimento, indicando Olimpio come unico colpevole, ammise il delitto in seguito al supplizio della tortura della corda (protagonista della scena tratta dalla trasposizione cinematografica girata da Lucio Fulci), e finì con la matrigna Lucrezia in quello di Corte Savella (Beatrice Cenci in prigione Quadro di Achille Leonardi, XIX secolo, nella foto).

“Io e mia madre demmo a mio padre dell’oppio, per addormentarlo. Poi arrivarono due uomini[...] Li conducemmo nella stanza di mio padre che dormiva e li lasciammo. Ma loro poco dopo uscirono, non avevano il coraggio, erano presi da pietà... dissero che era una azione bassa e ignobile. Così dissi loro: "[...] lo farò io stessa!" Allora rientrarono nella stanza e questa volta io e mia madre li seguimmo. Uno di loro aveva un grosso chiodo che pose in verticale sull’occhio di mio padre; l’altro con un martello gli fece entrare il chiodo nella testa. Poi, nello stesso modo, gli piantarono un altro chiodo nella gola. Il corpo di mio padre tremava tutto. Quanto sangue usciva... Strano che un corpo mostruoso possa tenere tutto quel sangue...
[...] io e mia madre tirammo fuori il chiodo dalla testa e il chiodo dalla gola, avvolgemmo il corpo in un lenzuolo e lo gettammo in un giardino. [...] Io non rimpiango nulla. Ho fatto ciò che dovevo fare”.

Nonostante le richieste di clemenza inoltrate da cardinali e difensori, Clemente VIII, deciso a dare un severo ammonimento ai ripetuti episodi di violenza (oltre a distruggere una famiglia ricca e non amata, confiscando loro la vita insieme ai beni terreni) le respinse, condannando alla decapitazione Beatrice e Lucrezia, Giacomo allo squartamento, dopo essere stato seviziato durante il tragitto con tenaglie roventi e mazzolato, Bernardo, complice di non aver svelato il complotto, condannato ai remi perpetui sulle galere pontificie, e obbligato ad assistere all'esecuzione dei congiunti legato a una sedia.

“GIUDICE: Hai commesso un delitto orribile.
BEATRICE: Ho scelto la giustizia da me stessa.
GIUDICE: Che Dio abbia pietà di te. Domani verrai condotta a morte.
BEATRICE: Urla interminabili mi inseguiranno. Non voglio morire... Chi mi potrà garantire che laggiù non ritroverò mio padre!”

Beatrice Cenci fu giustiziata sulla piazza di Ponte Sant’Angelo l'11 settembre 1577, al cospetto di una folla che contava Caravaggio e il pittore Orazio Gentileschi con la figlioletta Artemisia, tra le proteste del popolo di Roma che l'aveva già resa un'eroina, vittima della violenza paterna e della cupidigia del papa, durante il processo, il trasferimento dal carcere di Corte Sabella, dietro piazza Navona, al luogo dell'esecuzione, e nelle 6 ore del supplizio.

"ce fu buriana forta... Tutto er popolo voleva pe' forza sarvà la bella Cenci, e si nun fossino stati li sordati je sarebbe ariuscito" (Giggi Zanazzo).

Alcuni dettagli relativi ai momenti cruciali dell'esecuzione di Lucrezia Petroni sono nelle "Memorie romanzate di Giambattista Bugatti" detto Mastro Titta, boia dello Stato Pontificio dal 1796 al 1864, mentre un testo ottocentesco riporta i fatti che, subito dopo la decapitazione della matrigna, riguardarono Beatrice.


    « Vennero frattanto altre soldatesche dal lato di Castel S. Angiolo, ed aumentata la forza armata intorno al patibolo, si proseguì il corso della giustizia, quando si vide un poco calmato il tumulto della folla. Beatrice genuflessa nella cappella era talmente assorta nella sua preghiera che non fece attenzione al rumore ed alle grida; soltanto si riscosse quando lo stendardo entrò nella cappella per precederla al supplizio. Si alzò, e con la vivacità di una sorpresa domandò: — La mia signora madre è veramente morta? — Le fu risposto affermativamente, ed ella gettatasi ai piedi del Crocifisso pregò con fervore per l'anima di lei. Poi parlò ad alta voce e lunga pezza col Crocifisso dicendo cose troppo non connesse, e finì con esclamare: — Signore tu mi chiami ed io di buona voglia ti seguo, perché so di meritare la tua misericordia.
    Si accostò al fratello, lo baciò in fronte, e con un sorriso d'amore gli disse: — Non ti accorare per me, saremo felici in cielo, poiché ti ho perdonato. Giacomo svenne. La sorella, volgendosi agli sgherri: - andiamo - disse, e franca si avanzava alla porta, ma il carnefice le si fece avanti con una corda, e pareva che temesse di avvolgere con essa quel corpo. [...] Appena Lo stendardo uscì dalla cappella, e che la meschina accompagnata da due cappuccini arrivò al pié del palco, un subito silenzio fece credere deserto quel luogo per lo avanti sì rumoroso. Tutti volevano sentire se articolava qualche parola, e con gli occhi a lei rivolti, e con bocche aperte pareva che pendesse dalle di lei labbra la loro esistenza. Beatrice al pie' del palco, baciò il Crocifisso, fu benedetta dal frate; e lasciate le pianelle, salita destramente la scala, lentissima arrivò al fatale ceppo, niuno si avvide della pronta mossa che gli fece scavalcare la panca che aveva cagionato tanto ribrezzo alla Petroni; si collocò perfettamente da se inibendo con uno sguardo fiero al carnefice di toccarla per levarle il velo dal collo, che da se stessa gettò sul tavolato. Ad alta voce invocava Gasù e Maria attendendo il colpo fatale, passò però in questa orribile situazione alcuni istanti, perché il carnefice intimorito si trovò impacciato a vibrarle la mannaia. Un grido universale lo imprecava, ma frattanto il capo della vergine fu mostrato staccato dal busto, ed il corpo s'agitò con violenza. Il misero Bernardo Cenci costretto ad esser testimone del supplizio di sua sorella cadde svenuto, e per lunga mezz'ora non poté essere richiamato ai sensi. La testa di Beatrice fu involta in un velo come quella della matrigna, e posta in lato del palco; il corpo nel calarlo cadde in terra con gran colpo, perché si sciolse dalla corda [...]"» Beatrice Cenci: Romana storia del secolo XVI", Roma, 1849)

La salma della giovane, coperta di rose bianche, e portata dal popolo in processione notturna sino alla chiesa di San Pietro in Montorio alle pendici del Gianicolo (seguendo le volontà lasciate da Beatrice prima di morire), venne sepolta in un loculo davanti all'altare maggiore della chiesa, con la testa posata su un piatto d'argento, sotto una lapide priva di nome, secondo le norme previste per i giustiziati a morte.

Una meta di pellegrinaggi ancora oggi, per questa martire di un'epoca crudele con l'anima intrappolata nelle maglie della storia e delle suggestioni

“ Nessun giudice potrà restituirmi l’anima. La mia unica colpa è di essere nata! [...] Io sono come morta e la mia anima ... non riesce a liberarsi.”

Un'anima che la leggenda lascia vagare laddove il suo corpo terreno trovò tormento e una tragica morte, sugli spalti della Rocca di Petrella Salto e sugli spalti di Castel S.Angelo, e in parecchi giurerebbero di averla avvistata ogni sera dell'11 settembre, da quel tragico e sanguinario 1577.

Per gli appassionati di cimeli, il Mu.Cri - Museo Criminologico di Roma (via del Gonfalone, 29) custodisce tra le altre cose la "spada di giustizia" risalente al XVI secolo, con una lama lunga 101 cm e larga 5 nella sommità e 7 verso la base, e l'impugnatura in legno di 39 cm, con molta probabilità quella che decapitò Beatrice Cenci e Lucrezia Petroni, rinvenuta nel greto del fiume durante i lavori di scavo eseguiti nell'ultimo decennio dell'Ottocento, per l'incanalamento del Tevere, nel punto in cui si ergeva il palco delle esecuzioni capitali e da cui si accedeva ai magazzini che custodivano gli "attrezzi" del mestiere del boia.

Chi preferisce una bella passeggiata romana alla volta di spettri ed anime inquiete come quella di Beatrice, può invece approfittare delle visite guidate da esperti, approfittando del calendario aggiornato di Associazioni come Roma Sparita, Genti e Paesi, o gli Amici di Roma.

Foto 1 | Wikipedia
Foto 2 | Wikipedia

  • shares
  • Mail