Anniversari. 16 Ottobre 1943: il rastrellamento del ghetto di Roma

70 anni fa sparirono 1259 nostri concittadini ebrei, deportati nei lager. Solo in 16 sopravvissero e tornarono

“Il 16 ottobre 1943 qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei e duemilanovantuno cittadini romani vennero avviati a feroce morte nei campi di sterminio nazisti dove furono raggiunti da altri seimila italiani vittime dell’infame odio di razza. I pochi scampati alla strage, i molti solidali invocando dagli uomini amore e pace invocano da Dio perdono e speranza…”.

Così recita la lapide apposta al ghetto di Roma nel 1964, dopo appena 20 anni da quello che fu probabilmente uno dei più tragici episodi della Seconda Guerra Mondiale vissuti dalla nostra città. Sono trascorsi 70 anni da quella lunga giornata iniziata poco dopo l’alba, in cui le truppe tedesche della Gestapo – era passato poco più d’un mese dall’armistizio – andando di casa in casa stanarono 1259 ebrei della storica comunità romana e li caricarono sui carri diretti nei lager, approfittando del sabato, il loro giorno di festa, in cui ne avrebbero trovati di più.

Un vero e proprio rastrellamento operato scientificamente, come era il modo di fare dei tedeschi: le strade bloccate all’ingresso e all’uscita e un eccezionale dispiegamento di forze (365 soldati, nessuno tra gli italiani, non ritenuti ormai più affidabili) per evacuare uno a uno i palazzi: uomini, donne, bambini che si attaccavano piangendo alle gonne delle loro madri, anziani strappati via mentre imploravano pietà. Da qui alla stazione Tiburtina e poi, tre giorni dopo, all’arrivo ad Auschwitz, il passo fu fin troppo breve: appena un passo, un mattino d’autunno nel mese in cui Roma, non solo proverbialmente, è più bella, tra una vita normale e l’orrore massimo che l’uomo potesse mai concepire e la storia raccontare.

Dietro a quei corpi nudi, a quei i nomi cui ancora oggi rendiamo omaggio, a quei volti impauriti finiti nelle camere a gas – 820 furono immediatamente uccisi perché giudicati inabili al lavoro; alcuni degli altri furono trasferiti, ma nessuno di coloro che rimasero ad Auschwitz sopravvisse – c’erano identità, storie, vite vissute e ancora da vivere che la follia dell’uomo interruppe bruscamente. Ricordiamo Costanza Calò, la mamma che era sfuggita al rastrellamento, ma che si autodenunciò per non lasciare il marito e i cinque figli; Lazzaro Sonnino, riuscito a scappare gettandosi dal treno in corsa all’altezza di Padova; ci sono i due anziani che all’apertura del convoglio, nel lager, erano già morti e forse qualcuno li giudicò fortunati per questo; il neonato partorito quel giorno dalla giovane Marcella Perugia; la donna cattolica che si dichiarò ebrea per non abbandonare il piccolo orfano affidato alle sue cure. In Italia tornarono solo in 16: l’unica donna era Settimia Spizzichino, divenuta poi una grande attivista che dedicò la sua vita a testimoniare la Shoah, fino alla morte, che la raggiunse nel 2000 a 79 anni, in casa sua.

Foto | Roberto1956

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