Antropologia urbana: gli utenti di gipsoteca


A Roma, non conosco miglior posto per far finta di studiare della gipsoteca sepolta al di sotto del grande edificio di Lettere, alla Sapienza.

Calchi da tutte le epoche di cui un archeologo laureando possa serbare memoria, e alle quali un economista al secondo anno possa mancare di rispetto, si comportano con perfetta naturalezza anche davanti all'allievo in fila, da un quarto d'ora, al bagno delle signorine. L'Ercole Farnese al centro della sala a est, ormai, adagiato mollemente sulla sua clava, non si scompone più, dopo anni ed anni di apprezzamenti sul tema del suo fondoschiena, in ciascuna lingua di Roma.

Gli utenti, invece, non provengono soltanto spesso da facoltà situate al di fuori della città universitaria, ma addirittura oltre il raccordo anulare. Come Marcello, il mio compagno di tanti rimproveri per abusivismo di prese elettriche, che ogni giorno legge Lansdale o Irving sempre alla stessa sediolina, ma giura da anni di essere una delle matricole più nonnizzate dell'Università della Tuscia.

Non gli restano che le minacce fantasma di gladiatori come quello in foto, ad incutergli quel minimo di effetto Damocle che, ogni tanto, lo riporta sulla terra; mentre studiosi dai denti di ogni colore, chini sui tavoli, si dividono fra quelli che vogliono mettersi a posto con l'incoscienza, e gli altri che si portano avanti col dopolavoro. Due insiemi, come potrete immaginare, che vantano numerosi tentativi di intersezione. (I denti, per inciso, li noti in particolare per il bianco dei gessi).



foto | giovanni per 06blog.it

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