Fontana di Trevi: le monetine fruttano 700mila euro l’anno


Tutti conoscono l’usanza di lanciare una monetina nella Fontana di Trevi (c’è chi lo fa davanti, chi da dietro la spalla destra, chi dietro la sinistra), atto che permette di assicurarsi, secondo le credenze, fortuna o semplicemente la possibilità di tornare a Roma almeno un’altra volta nella vita.

Pochi sanno però, che questo rito scaramantico arricchisce la Caritas e le permette di mandare avanti l’Emporio, un supermercato aperto al Casilino tre anni fa in cui possono fare la spesa gratuitamente i senza tetto e ora, con la crisi, anche le famiglie che non arrivano a fine mese.

La generosità inconsapevole di turisti ed eterni romantici, infatti, frutta circa 700mila euro all’anno, raccolti dagli operatori dell’Acea che ogni mattina all’alba si calano nell’acqua e aspirano con le pompe. Ne vengono fuori diversi sacchi: ognuno contiene 10 kg di monete e un raccolto medio giornaliero in bassa stagione è di 50 kg, più o meno 1500 euro. Vedrete che i conti tornano.

Da qui le monete italiane vengono separate dalle straniere che prima erano ritenute inservibili, mentre ora vengono cambiate in euro da alcune ditte europee che si occupano di questo, ma soprattutto il denaro viene separato dal resto della ‘refurtiva’. Sì perché nella Fontana di Trevi, indimenticabile cornice del bagno notturno di Anita Eckberg nel finale della felliniana Dolce Vita, negli anni è stato trovato di tutto, come ci ricorda la cronaca.

Uno degli ultimi casi usciti sui giornali fu la ricerca spasmodica di un braccialetto di giada con lo stemma del proprio casato perso da un orientale, che fruttò il ritrovamento di altri due preziosi; tra gli oggetti più assurdi mai ripescati, sicuramente una dentiera e addirittura resti di un cordone ombelicale.

Ma c’è una minaccia alla sopravvivenza dell’Emporio Caritas: si chiama D’Artagnan, al secolo Roberto Cercelletta, nullatenente e invalido che da 30 anni vive alle spalle dei turisti creduloni, arrivando a portarsi a casa centinaia di euro a giorno, specie se riesce a pescare prima dell’Acea.

I vigili a volte lo fermano, e allora lui si mette a distribuire ai bambini quello che ha trovato, oppure dà in escandescenza e si auto infligge ferite con una lametta (da qui il soprannome D’Artagnan). Il punto è che per la legge non si può definire un ladro: le monete, infatti, prima di essere ripescate e consegnate alla Caritas, non sono di nessuno, in pratica chi le trova se le può tenere. E poi, dico io, l’Emporio non serve proprio al sostentamento dei più poveri? Forse D’Artagnan non lo è?

Foto | Flickr

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