Roma-Civita Castellana-Viterbo: un disastro a orologeria


L’incidente avvenuto martedì mattina intorno alle 7 a un treno di pendolari lungo la linea ferroviaria Roma-Civita Castellana-Viterbo, riaccende i riflettori sull’annosa questione delle ferrovie di collegamento tra le due città laziali. Questa la dinamica: nella stazione La Celsa, un treno che era fermo a causa di un malfunzionamento nel sistema di chiusura automatica delle porte, è stato tamponato da un convoglio proveniente dalla stazione Tuscia.

Il bilancio? 70 feriti non gravi. Le conseguenze? La Roma su ferro resta bloccata per un giorno, si sfiora la paralisi sulle strade che vengono scelte come alternativa e tutta una complicazione di navette sostitutive. L’ultimo incidente simile risale al 2005, quando una sessantina di pendolari e studenti rimasero feriti per lo scontro fra due treni regionali a Roccasecca, sulla Roma-Cassino.

Tutti i romani hanno preso almeno una volta nella vita il treno per Viterbo, anche soltanto nella sua tratta urbana fino a Montebello, quindi sanno di cosa stiamo parlando. Quel treno porta il personale al centro Rai di Saxa Rubra, gli sportivi all’Acqua Acetosa (dove c’è, tra l’altro, la rimessa dei convogli stessi), i parenti al cimitero Flaminio di Prima Porta, senza contare le centinaia di studenti romani che hanno scelto facoltà naturalistiche all’università della Tuscia e fanno avanti e indietro ogni giorno.

Già quando si arriva al capolinea romano della tratta, piazzale Flaminio (cantiere per il rinnovo insediato, ma fermo) ci si rende conto di accingersi a vivere un’esperienza da far west. I treni, infatti, tutti più o meno di una certa età, ricordano le antiche diligenze dei film western e si ha il timore di essere attaccati dagli indiani con le frecce avvelenate da un momento all’altro.

Le partenze sono ogni 10-15 minuti e per gran parte del tratto urbano si viaggia su un binario unico. A questo punto va detto che erano stati previsti dalla Giunta regionale precedente 500 milioni per l’acquisto di nuovi treni, la costruzione di un nuovo deposito e il raddoppio del tratto fra Montebello e Pian Paradiso, ma i lavori non sono mai stati avviati.

In compenso, però, tra piazza Euclide e La Giustiniana, le 10 stazioni sono completamente riqualificate e ammodernate. Tra queste troviamo Flaminio ed Euclide, gli unici 2 km di binario sotterraneo, e Tor di Quinto, tristemente famosa per l’omicidio nel 2007 di Francesca Reggiani, in seguito al quale si accusò anche il degrado in cui versava la stazione e la mancanza di illuminazione.

Poi c’è Monte Antenne, riaperta dopo anni in cui non si riusciva a demolire un insediamento abusivo, e Sacrofano, che è inclusa nella tratta urbana di Roma, ma ci si fermano solo i treni extraurbani. Uscendo dalla città, infine, è tutto un fiorire di passaggi a livello che rallentano non poco i collegamenti. E questa sarebbe la ferrovia veloce (a fine lavori dovrebbe diventare una metropolitana leggera) che unirebbe la Capitale al futuro aeroporto di Viterbo?

Il rimpallo delle responsabilità, poi, è geniale: l’infrastruttura è di proprietà della Regione, il servizio, invece, è gestito dall’Atac, che come tutti sanno, ha partecipazioni comunali. Magari ora che le due amministrazione sono dalla stessa parte, qualcosa si muoverà. Ma chi ci crede?

Foto | Flickr

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