Ancora un suicidio a Rebibbia: Daniele Bellante, 31anni


Il suicidio del 31enne siciliano Daniele Bellante - detenuto nel carcere di Rebibbia - non è certo sconvolgente per le modalità con cui è stato perpetrato: sono i semplici, rudimentali strumenti che ha a disposizione un detenuto. Vale a dire una striscia di tela, una finestra e il momento adatto.

Nè lo è per il fatto che, ancora una volta, un prigioniero delle carceri italiane, di origine meridionale in senso lato - e siciliana in quello stretto - conosce un tale disagio dopo la cattura perché risulta fra i pentiti, o comunque perché è legato a qualche cosca mafiosa. Daniele non presentava nessuno di questi requisiti della disperazione. Era sì pregiudicato, al momento dell'arresto, ma "solo" (è chiaro che le virgolette siano d'obbligo) per furto e ricettazione; ed era perfino stato "sottoposto a sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza", con successiva infrazione dello stesso obbligo. Di qui l'incarcerazione a Roma.

La notizia è sconvolgente proprio per l'assenza di queste possibili motivazioni, dietro il gesto. Il detenuto in questione, che è il 19esimo suicida in carcere italiano dall'inizio del 2010, si è tolto la vita solo perché non ce la faceva più a vivere a Rebibbia. Chi di competenza ci mediti su.

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