Nel Vaticano problemi interni di comunicazioni (o scomunicazioni?)


Il 7 novembre scorso succedeva un fatto che, nel completo disinteresse di tutti, risuonava di una strana, "religiosa" importanza: l'"Osservatore Romano" quel giorno non è arrivato in edicola. Come dicevo prima nessuno se n'è accorto: da giornale agonizzante qual è, con poche centinaia di copie vendute e un passivo nel 2005 di 4,6 milioni di euro. Ma il mistero si infittisce: le copie erano stampate. In extremis è venuto dalla segreteria di stato vaticana l’ordine di mandarle al macero. Perchè erano sbagliate fin dal titolo che campeggiava in prima pagina. Dedicato a un discorso del papa ai vescovi svizzeri che in realtà non era stato pronunciato.

Moltissimi si sono accorti dell'incidente, quel giorno, consultando il bollettino on line del Vaticano:

A mezzogiorno era apparso sul sito web della Santa Sede un discorso dato per pronunciato, in francese, da Benedetto XVI. A metà pomeriggio il discorso non c’era più. E a sera appariva un comunicato (1) per dire che quel testo non era stato letto ma era una bozza che risaliva all’inizio del 2005 e al precedente papa, e che ai vescovi svizzeri Benedetto XVI aveva detto altre cose, improvvisando in lingua tedesca. Il giorno dopo sarebbe uscita la trascrizione del vero discorso (2). Questa volta la colpa non era né dell’”Osservatore Romano”, nè del suo direttore Mario Agnes, né della sala stampa vaticana, ultimi anelli della catena. Il disastro era accaduto ai piani più alti, nello snodo tra la curia e il papa. Benedetto XVI ha sempre dato del filo da torcere all’équipe della segreteria di stato che si occupa dei discorsi papali: Papa Joseph Ratzinger non usa il computer, i discorsi e le omelie a cui tiene di più li scrive a penna con la sua calligrafia minuta, oppure detta, oppure non predispone nulla di scritto e improvvisa. Trascrivere, tradurre, far giungere la sua parola a un uditorio vasto quanto il mondo non è facile. Con Giovanni Paolo II, invece, l’ufficio dei discorsi papali lavorava prevalentemente all’inverso, specie negli ultimi anni. Forniva al papa una dose massiccia di discorsi preconfezionati, che Karol Wojtyla rimandava indietro con pochi ritocchi di suo pugno.

Con i vescovi svizzeri, ricevuti in visita “ad limina” nel febbraio del 2005, quando già le condizioni di salute di papa Wojtyla erano allo stremo, il discorso era pronto. Ma rimase nel cassetto per il precipitare degli eventi. Così, quando Benedetto XVI si è apprestato a reincontrare a Roma quegli stessi vescovi, tra il 7 e il 9 novembre di quest’anno, per coronare la visita rimasta allora interrotta, l’équipe dei discorsi papali ha ripescato dal cassetto quel vecchio testo e lo ha rimandato su, all’appartamento pontificio. Questo avveniva domenica 5 novembre. Ma a Benedetto XVI quel testo non piacque. “Troppo impositivo, troppo ultimativo, presupponeva una discussione che non c’era stata”, spiegò poi il vescovo Pier Giacomo Grampa, della diocesi svizzera di Lugano. Il papa rimandò indietro il discorso senza correzioni: accantonato.

Ma all’équipe capirono il contrario: approvato. E lo passarono alla sala stampa e all’”Osservatore Romano”. Furono i vescovi svizzeri, nel pomeriggio del 7 novembre, a trasecolare, confrontando le parole ascoltate a viva voce dal papa e quelle diffuse dagli organi vaticani. Chiesero e ottennero l’immediato ritiro del testo fasullo. Benedetto XVI tornò a incontrarli due giorni dopo, il 9, ancora parlando a braccio, e confessò loro di “non aver trovato il tempo di scrivere”. Aggiunse: “Mi presento a voi con questa povertà” (3). Il paradosso di Ratzinger è che la ricchezza e profondità dei suoi discorsi sono impressionanti anche per gli alti standard dei papi dell’ultimo secolo, ma nello stesso tempo egli è lasciato “povero” – e solo – proprio da coloro che dovrebbero raccogliere e amplificare il suo messaggio. Nemmeno l’elementare lavoro delle traduzioni funziona, in uno stato pur così poliglotta come il Vaticano.

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