Gita fuori porta: a Labro, avamposto tra Lazio e Umbria

Oggi non vi voglio proporre l’ennesima sagra, oppure l’ultimo appuntamento con l’artigianato locale corredato da passeggiata naturalistico-culturale, ma offrirvi il racconto di una vera gita fuori porta che ho effettuato realmente, poche settimane fa, con mio marito e i miei genitori, una bella domenica di sole primaverile in cui cadeva il compleanno di mio padre.

La meta prescelta è stata Labro, incantevole borgo medievale sul confine tra Lazio e Umbria, in perfetta equidistanza tra le città di Rieti e di Terni. Come ogni borgo antico che si rispetti, ha subito un lento ma inesorabile spopolamento, tanto che oggi a vivervi stabilmente estate e inverno sono circa 40 persone, abitanti che considerando le campagne limitrofe arrivano a non oltre 300.

D’estate, beh, è un’altra cosa, anche perché Labro è stato restaurato in maniera sublime, conservando alla perfezione l’antica struttura in pietra cruda e i lavori l’hanno reso un vero e proprio gioiello catapultato qui direttamente dal Medioevo, con il risultato che è meta turistica per architetti, studenti di storia del periodo e aspiranti fotografi.

Eppure si tratta di un paese fantasma: inerpicandosi per le viuzze non si vede un negozio, non un bar, nessuno con cui scambiare quattro chiacchiere per strada, addirittura neppure una finestra aperta. Solo i fiori curatissimi sui davanzali e la pulizia delle strade tradiscono una pur silente presenza umana.

Sulla sommità della sua rocca, cui si arriva con la lingua mezza di fuori se non siete allenati, svetta la chiesa parrocchiale dedicata a Maria Ss. Assunta, mentre poco più giù il castello Nobili Vitelleschi, o meglio, quel che resta alla famiglia di questa proprietà, dopo le continue espropriazioni papali.

Potete visitare la tenuta previo appuntamento con la signora che ancora lo abita, oppure suonare il campanello la domenica mattina in prossimità delle 11 o delle 12: la visita dura circa un’ora e costa 10 euro che finanziano il mantenimento della casa e che vi danno diritto al rilascio di una tessera per tornare quante volte volete nell’arco di un anno solare.

La passeggiata all’interno di queste mura umide è davvero interessante e ricca di sorprese: in uno dei saloni troviamo un bell’esemplare di cannocchiale del Cinquecento che avrebbe proprio bisogno di un restauro, poco più in là un tesoro ancora più prezioso: una copia coeva della Divina Commedia, appoggiata su un leggio con l’aria di chi soffre per aver perso un po’ più di qualche pagina.

E poi le livree originali della servitù, che la compassata nobildonna in stivali di gomma, giacca a vento e sigaretta perennemente in bocca vi farà non solo toccare, ma volendo anche provare senza troppi problemi, e il piccolo (solo per le dimensioni) archivio con tutta la corrispondenza e i documenti della famiglia (più d’uno gli alberi genealogici appesi in giro) tra pagamenti e scomuniche dovute a questioni territoriali di quand’ancora esisteva lo Stato Pontificio e il Pontefice era davvero un capo di Stato, oltre che un guerriero qualche volta senza scrupoli. Particolarmente interessanti – a mio avviso – e ben conservati, un paio di sigilli reali che accompagnavano le missive più importanti.

Mentre passate da una stanza all’altra avvertirete chiaramente dietro di voi una presenza muta: niente paura, non ci sono fantasmi nel castello: è il vecchio e obeso gatto rossiccio della signora, che vi seguirà come un’ombra senza perdersi un solo movimento.

In questo paesino in cui il tempo sembra non trascorrere mai – non fosse per i rintocchi insistenti della campana che suona anche i quarti d’ora – Slow Food ha piantato la sua bandierina segnalando l’enoteca Boccondivino in cui effettivamente il cibo soddisfa le aspettative del nome.

A stupire e far gioire , come spesso mi accade, è l’antipasto misto con salame locale al finocchio, pancetta arrotolata, cestino di pasta fillo con melanzane funghi e salsiccia, frittatina di cipolle, spiedino di scamorzine fumé e crostino di pane carasau con primo sale al finocchio.

Come primo quel giorno abbiamo scelto la carbonara con carciofi niente male, poi per secondo siamo stati a lungo indecisi tra il filetto di maiale all’arancia e gli arrosticini di pecora, salvo poi assaggiarli entrambi, giusto così, per farsi un’idea. Con una panna cotta in ganache di cioccolato fondente che il mio palato (oltre che la mia maglia, sapete com’è, nell’enfasi della libidine gastronomica) ancora fatica a dimenticare, si conclude un pranzo davvero speciale, coronamento di una giornata altrettanto speciale, trascorsa tra natura, cultura, buona tavola e soprattutto in famiglia.

Foto | Flickr

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