Antropologia urbana: giochi di ruolo sulla braccianense

Ero a Santa Maria di Galeria, quella bella piazza quadrangolare, il pozzo, la chiesa, proprio dove la via braccianense si fa più stretta e meno sopportabile. Non dico che mi trovavo lì per imboscarmi - alla mia età, e col mio bilocale dal certissimo passato da garçonnierre - ma la chiesa l'avevamo vista già ambedue, il lago non ne parliamo. D'accordo, ci imboschiamo: l'ombra delle querce è favorevolissima.
Ma non facciamo che qualche passo, e ci ritroviamo sul set - pensiamo - di un qualche b-movie, talmente scadente per i costumi degli interpreti e quello che pare un sonoro di presa diretta, che si teme sulle prime che possa essere addirittura porno.

Quelle urla semi-umane ci scaccerebbero atterriti come gli stessi uccellini che lasciano il bosco, ma solo nel caso in cui fatti fossimo "a viver come bruti".
La nostra curiosità ci rivela, invece, che siamo sul set di un Live Action Role-playing Game (gioco di ruolo dal vivo), di ambientazione fantasy, e pure coi controfiocchi, pare. Alla nostra vista, tutti gridano: "Congela!". Anche spiritosi, o semplicemente rispettosi di un qualche regolamento, che vorrei continuare ad ignorare per il resto delle mie passeggiate boschive, alcuni elfi e gnomi bloccano il corso del gioco, e ci mostrano armi e bagagli.

Mi sentivo tanto un Gargamella finalmente riuscito, proprio la volta in cui l'avrebbe desiderato di meno, a trovare la strada del villaggio dei puffi.
Puffi alti un metro e settanta, e armati di lattice a forma di scimitarre ed alabarde. Il loro scopo è vivere un videogioco all'aria aperta, la cui pulsantiera sono le scapole e le teste dei loro compagni; senza il timore che alcun Moige possa accusarli di istigare alla violenza chi vi partecipa, una volta terminata una missione, perché tutta la violenza disponibile viene semplicemente impiegata nel gioco stesso.

Tutto dovette cominciare un po' alla 2001: Odissea nello spazio, scena dei meglio scimpanzé che scoprono le gioie della contundenza.

1970 circa: un giocatore meno occhialuto degli altri, ma impegnato come gli altri in una partita di Dungeons & Dragons, sta per reinventare una tecnologia già nota: uno di quei bei dadi a venti facce, spigolosi al punto giusto che, invece di essere fatto semplicemente rotolare sul tavolo - per infliggere quanti più punti ferita allo stregone Dagorhir, all'imbrunire di un giorno come tanti al Lotho Park - viene gettato sulla fronte dell'amico Riccardo che lo impersona, facendolo sanguinare per tre autentici quarti d'ora italiana.

Ricordano molto la vita di certi Rotary e Lions Club: simulatori di vita in cui avvocati così così e medici niente affatto privi di frontiere, ognuno custodisce il suo personaggio, il suo punteggio da giocatore di ruolo; solo, tanto meno fantasiosi, perché, invece che un centauro di tredicesimo livello, non paiono desiderare altro che essere se stessi, ma con il poco di successo che, spesso, non avranno mai.

foto | lespiredeldrago.it

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