La rinuncia del Papa: the week after

Un’alba incerta sfociata in una giornata di sole invernale è spuntata oggi sulla Capitale, a una settimana esatta dall’annuncio di Papa Benedetto XVI di rinunciare al ministero petrino, causa l’avanzare dell’età e l’affaticamento che l’accompagna. Chiariamo subito che si parla di rinuncia e non di dimissioni, come spesso in questi giorni, erroneamente, si sente in giro: un Papa non può dimettersi, anche se questa è solo l’ultima delle lacune legislative che la sua decisione comporta! Poi, in seconda battuta, potremmo anche metterci a discutere se sia possibile rinunciare a un ministero che prevede ‘essere’ Pietro e Cristo in terra, non ‘fare’ Pietro e Cristo in terra, ma questa è un’altra storia…

Torniamo alla settimana appena trascorsa: a partire dal fulmine sulla cupola di San Pietro, per seguire con la pioggia di meteoriti in Russia, l’altro corpo celeste che sfreccia (non dirotta) su Cuba, l’asteroide che sfiora il pianeta e il terremoto in Ciociaria, ci sono tutti i segni per parlare di Apocalisse. Non mi sento in una puntata di Voyager, sono seria: se rileggete con attenzione le pagine di Giovanni, troverete che le stelle cadranno sulla terra (ce le abbiamo), oltre alle ‘solite’ guerre e atrocità (che non sono mai mancate) e l’umanità che muore di paura (una donna è morta d’infarto a Sora dopo il sisma). Insomma, potrebbe essere davvero l’inizio della Fine, ma non preoccupatevi: il tempo siderale è molto diverso da quello che un uomo può misurare, quindi è molto probabile che non sarà la nostra generazione a vederla, tuttavia, chi ci crede, può iniziare sul serio a prepararsi.

Detto questo, ora entriamo veramente in una puntata di Kazzinger (per dirlo alla Guzzanti) ripassando la profezia di Malachia che ben m’introduce al tema dei papabili che affronteremo alla fine del post. Malachia era un vescovo irlandese di epoca medievale proclamato Santo dalla Chiesa cattolica, che elaborò 112 motti in latino corrispondenti ad altrettanti pontefici romani fino all’ultimo, un ipotetico Petrus Romanus, sotto il quale sarebbe stata distrutta la città dei sette colli, Roma, e sarebbe giunta la fine del mondo. Ora, vista la presenza nella storia di papi e antipapi, ci sono due scuole di pensiero: la prima secondo la quale Benedetto XVI sarebbe il 112° Papa e quindi staremmo per sprofondare nel’Armageddon; la seconda secondo cui, invece, il 112° sarà il prossimo e quindi c’è da attendere ancora un po’.

Ovviamente la profezia – manco a dirlo - è tornata sotto i riflettori in questi ultimi giorni e qualcuno ci ha letto una possibile previsione sull’identità del prossimo Pontefice: quel Petrus Romanus, infatti, potrebbe indicare che il prossimo sarà scelto all’interno della Curia Romana. Il primo nome che viene in mente, a questo punto, è quello del cardinale Tarcisio Bertone, che il 28 febbraio decadrà dalla carica di segretario di Stato, ma svolgerà la funzione di camerlengo durante il conclave. Sarebbe un Papa vecchio, però, (già 78 anni!) e non perfettamente in salute.

Tra gli italiani, i nomi che si fanno più insistentemente sono quelli dell’arcivescovo di Milano (ed ex Patriarca di Venezia) cardinale Angelo Scola, amico di don Giussani e ciellino, e di Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ma soprattutto biblista, ebraista e teologo: insomma, si direbbe a Roma “un uomo co’ ‘na capoccia così”.

Ma lo Spirito Santo potrebbe decidere che non è più il tempo di Papi italiani e restare, però, in ambito europeo, come già fatto per gli ultimi due, in totale 35 anni di Pontificato. In un’Europa sempre più secolarizzata e lontana dalla Chiesa, dove un Paese dietro l’altro sta dicendo sì alle nozze tra omosessuali, la scelta potrebbe cadere sull’arcivescovo di Vienna, Christoph Schönborn, considerato dai più un conservatore, ma portavoce di posizioni quantomeno originali (dal punto di vista ecclesiale) sulla teoria dell’evoluzionismo.

Se un altro Papa di madrelingua tedesca sembra poco probabile, si guarda più a oriente, dove vive il Cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest e Primate l'Ungheria, ma sempre forte è la rappresentanza dei polacchi, con il cardinale Stanisław Dziwisz, già segretario particolare di Giovanni Paolo II, la cui elezione sarebbe interpretata, dunque, come un chiaro segno di ritorno al passato e di nostalgia di un grande Papa, e il cardinale Stanisław Ryłko.

Il dramma della pedofilia che affligge la Chiesa nordamericana fa sembrare improbabile un Papa che venga da lì, ma sono lo stesso quotati il canadese cardinale Marc Ouellet, attualmente prefetto per la Congregazione dei vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, e l’arcivescovo metropolita di New York, Timothy Dolan. Se dovesse uscire dal nuovo continente, dunque, è più probabile che il nuovo Papa venga dal sud, enorme bacino cattolico che la Chiesa tiene a mantenere vivo, tanto da chiudere un occhio su qualche ‘peccatuccio’ come la teologia della Liberazione.

A questo punto la scelta potrebbe cadere sull’honduregno cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, di formazione salesiana, oppure sull’argentino Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, un organismo di grande importanza per il futuro della Chiesa in quelle terre. Alcuni, comunque, fanno anche il nome del brasiliano Odilo Pedro Scherer, arcivescovo metropolita di São Paulo, e del colombiano Rubén Salazar Gómez, arcivescovo Metropolita di Bogotá.

Quel che è certo è che nessun porporato sudamericano sarebbe votato da un africano (e viceversa temo), quindi, dal momento che sta emergendo da molte parti la richiesta di un Papa terzomondista e nella suggestiva ipotesi profetica del Papa nero, la scelta potrebbe cadere sul cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum proveniente dalla Guinea, ma anche su Peter Kodwo Appiah Turkson, ghanese, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, che pare nutra anche qualche ambizione, in merito stando ad alcune interviste da lui rilasciate, o addirittura su Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar-es-Salaam, capitale della Tanzania.

E poi ci sono le tesi di rottura: quelle che, sull’esempio di Papa Wojtyla, eletto in un momento in cui la Chiesa voleva e doveva sconfiggere il comunismo, vedrebbero bene salire al soglio pontificio il cardinale di Hong Kong, John Tong Hon. Vero è che il dialogo con la Cina sta facendo passi avanti, ma con la presenza nel Paese di due chiese (una fedele al Papa di Roma e una al regime) forse è meglio aspettare ancora. In quest’ottica s’inquadra anche chi pensa a un Papa indiano come l’arcivescovo metropolita di Bombay Oswald Gracias, per combattere ‘dall’interno’ le persecuzioni anticristiane degli estremisti indù (vedi pogrom dell’Orissa nel 2008), ma a voler restare nell’area sembra più probabile il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, perché quanto a odio anticristiano anche gli islamici nelll'isola del Mindanao non scherzano. Stay tuned.

Foto | Flickr

  • shares
  • Mail