Carnevale a Roma. Rugantino e gli altri: le maschere tipiche dell’Urbe

Oggi è martedì grasso, l’ultimo giorno di Carnevale, e anche se la Città Eterna (come il resto del mondo) si sta ancora riprendendo dallo choc dello scherzo del secolo by Benedetto XVI, noi facciamo una pausa storico-ludica alla scoperta delle maschere tradizionali romane.

Certo, non credo che andando in giro per le strade, oggi, trovereste più che qualche principessa o qualche pirata addosso ai bambini, ma è un viaggio, vi assicuro, interessante proprio perché assolutamente dimenticato o addirittura ignoto, che vale la pena di intraprendere.

La maschera certamente più nota a Roma è quella di Rugantino, che da personaggio teatrale si trasforma, appunto, in maschera dell’arroganza popolare. Rugantino, infatti, è il bullo di Trastevere, lesto di lingua ma soprattutto di mano, finto sbruffone che alla fine nelle risse ce le prende. All’inizio, però, pare fosse la caricatura di un gendarme, mentre allo stesso tempo veniva raffigurato all’altro estremo: come capo dei briganti, perciò era vestito o in modo appariscente, di rosso, oppure da poveraccio con calzoni logori e fazzoletto al collo.

Simile anche l’indole di Cassandrino, maschera (la cui origine è contesa tra Lazio e Toscana) del nobile, poi borghese, credulone, raggirato nell’amore come negli affari. Voce nasale, copricapo tricorno, parrucca incipriata, giubba a code, pantaloni chiari e scarpe con fibbia, più tardi divenne il rappresentante del popolo contro i poteri forti, dello Stato e del Vaticano, tanto che spesso gli attori che lo impersonavano dovevano far ubriacare le guardie pontificie agli spettacoli, per evitare di essere arrestati! Curioso, inoltre, come le rivendicazioni di allora fossero del tutto simili a quelle di oggi: sporcizia, traffico, tasse troppo alte, malgoverno.

Divertente anche Don Pasquale de’Bisognosi, un patrizio facoltoso che soffre enormemente a dover portare tale cognome! Pigro e indolente, anche lui con parrucca incipriata e veste preziosa; il Generale Mannaggia La Rocca, invece, riprende i caratteri tipici del milanese Capitan Spaventa, cioè il capo di un gruppo di straccioni che narrano rocambolesche avventure militari mai avvenute. Buffone e spaccone, come il Miles Gloriosus plautino, fu inventato da un cenciaiolo romano, incaricato di organizzare le sfilate carnevalesche nella Roma dei Papi.

Forse pochi lo sanno, ma Meo Patacca, al secolo Bartolomeo, prima di diventare un ristorante, era una maschera romana derivata dal personaggio omonimo dell’opera dialettale del Berneri “Roma in feste ne i Trionfi di Vienna”. È la storia di questo sgherro, il cui nome prende spunto dallo stipendio del soldato, la patacca appunto, che decide di organizzare una spedizione da Roma a Vienna in aiuto della città assediata dagli ottomani, ma proprio mentre stanno per partire le truppe, Vienna viene liberata e i soldi vengono spesi nei festeggiamenti.

Di molte maschere, ahinoi, si sono perse le tracce, mentre di altre si sa poco, come del Ghetanaccio, personaggio realmente esistito (era un burattinaio) nel 1700 e raffigurato, infatti, sempre col teatrino sulle spalle per recitare invettive contro il potere, o il Dottor Gambalunga, parrucca, tunica nera, grandi occhiali e libro in mano, ciarlatano che in piazza vende i suoi intrugli medicamentosi in un buffissimo latino maccheronico per ammantarli di scienza. Alcune fonti, infine, parlano di una Pulcinella Romana, probabilmente importata da saltimbanchi napoletani, e della maschera della Zingara che legge il futuro agli angoli di strada, derivata dagli spettacoli detti ‘zingaresche’ perché scritti sulla falsariga di quelli dei nomadi con canti, balli e giochi di prestigio.

Foto | Flickr

  • shares
  • Mail