Natale a Roma: cosa portare in tavola


I romani da almeno sette generazioni, come tradizione vuole, non avranno bisogno di questo post, ma per tutti gli altri (e siamo la maggioranza!) abbiamo pensato fosse utile e anche divertente riscoprire i piatti che proprio non potevano mancare durante le Feste sulle tavole a Roma in un tempo passato: quello, per intenderci, che precedeva la globalizzazione e la cucina fusion.

Partiamo dal cenone della vigilia, rigorosamente di magro: in città, nelle case dei ricchi come dei popolani, si usava servire il fritto alla romana, tutto vegetale. Non solo carciofi, allora, ma anche broccoli e fiori di zucca, mentre qualcuno osava con crema, baccalà e addirittura fettine di mela.

Come antipasto veniva spesso proposto il capitone in umido, che non proprio tutti gradivano, ma si chiudeva un occhio (e si apriva la bocca) in onore della credenza che tale pesce, una specie di anguilla, portasse fortuna. Chi lo addentava, non per gusto, ma per amore della sola tradizione, lo accompagnava con una bella bruschetta all’olio, nelle proporzioni seguenti: un boccone di pesce e mezza fetta di pane.

Il primo piatto divideva già allora i romani come oggi, forse, solo il derby cittadino, tra gli irriducibili pastasciuttari fautori del cacio e pepe della vigilia, e gli amanti della minestra di arzilla (nome dialettale della razza chiodata) e broccoli. Gli outsider offrivano a parenti e amici pasta al tonno e, se avevano qualche soldino in più, rivisitavano il classico cacio e pepe aggiungendovi le vongole veraci.

Il secondo, poi, era affidato alla fantasia e ancora una volta alle disponibilità economiche della famiglia: spaziava dal tortino di alici e lattuga alla frittata di carciofi romaneschi, con contorno di piselli e fave secche, ma anche insalata di mentuccia o le mitiche puntarelle (ricavate dal cicorione) condite con la salsina di acciughe e aceto.

E arriviamo al pranzo del 25, molto sentito dai romani, soprattutto da coloro che il 24 sera mangiavano in fretta e furia per partecipare alla Messa di mezzanotte: qui ancora una volta il dualismo minestra-pasta, che si articola tra il brodo di carne con o senza cappelletti, e le lasagne al forno, che qui si chiamano timballo, con sugo di carne, salsicce e mozzarella. Una cosina leggera.

Tanto per non smentirsi e non confondersi con la Pasqua, anche a Natale i romani per secondo propongono l’abbacchio a scottadito oppure la coratella con i carciofi, con contorno di patate, ma chi voleva essere originale preparava, invece, il bollito misto o il tacchino ripieno.

Ricca anche la tavola dei dolci: panettoni e torroni venivano lasciati “a quelli del nord” a vantaggio di pangiallo e panpepato: il primo a base di farina, canditi, pinoli, mandorle, cannella, chiodi di garofano, noce moscata e uvetta sultanina, deve il suo nome all’usanza di ricoprirlo con acqua di zafferano; il secondo, invece, molto simile, aveva in più aggiunta di cioccolato, nocciole, miele e pepe e aveva forma di un filoncino, non la tipica forma rotonda dell’altro.

Grandi scorpacciate anche di arance e mandarini per mandare giù tutto questo, aspettando la prossima abbuffata, cioè il cenone dell’ultimo dell’anno, con le lenticchie cucinate alla romana, ossia con il pomodoro.

Foto | Flickr

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