Antropologia urbana: il mago Guarda

Somiglia tanto ad uno Charlot bollywoodiano, il mago Guarda, sopratutto quando ha finito il suo ultimo numero della sera, e si allontana chissà dove con in una mano il suo toupet, e nell'altra la valigia piena di trucchi. Viene chiamato così, per via dell'invito che ripete quasi come un suo caratteristico richiamo, e che ce ne annuncia la presenza, insieme alla piccola folla che spesso lo circonda, quando svoltiamo nella strada in cui si sta esibendo: "guarda!". Come molti grandi del mestiere, porta in giro il suo significato come se non pesasse affatto.


Ormai, è uno dei più amati artisti di strada in cui possiate imbattervi, passeggiando nel centro storico di Roma. Il suo numero consiste in una serie di trucchi di facile magia, che culminano però con la sparizione, dopo quelle degli oggetti che fanno parte del repertorio classico del falso prestigiatore-comico - banconote, fiori, bronci di spettatori che mangiano impettiti - anche della parrucca che il mago ha indossato per tutto il corso del suo breve spettacolo.

Esprime con un'ironia facile ma niente affatto banale, la condizione di tanti protagonisti dello show-business di cui, se ci fate caso, è una feroce parodia, anche se forse lui neanche lo sospetta. Il grande merito del mago Guarda è forse, infatti, quello di aver ridotto ad una macchiettistica richiesta, estenuante, infantile, alle volte insopportabile - se non si risolvesse tutto in una grassa risata, in quel finale che, per quanto sia atteso, è sempre a sorpresa - l'unico, altrettanto tragico grido di tutti coloro - che siano divinità intraviste da un santo in estasi, o donne cannoni in volo senza rete - che abbiano mai dovuto far dipendere non solo la propria fortuna, ma addirittura la propria stessa esistenza, dallo sguardo di un pubblico.

video | 06blog

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