Antropologia urbana: gli scacchisti di piazza del Fico

Gli scacchisti di piazza del Fico in un momento di calma

Si dice spesso che forze di una violenza inaudita possano celarsi nei pensieri dello scacchista navigato, anche quello all'apparenza più impassibile; che veda, nelle mosse che sta preparando o deve temere, continue metafore di scontri, battaglie, intere campagne para-militari.

A piazza del Fico, quando vi capita di passarci in uno di quei pomeriggi fortunatissimi in cui si gioca a scacchi ai tavoli dei bar, però, capirete quanto quello che si dice possa essere lontano dalla realtà. A piazza del Fico, molto spesso, si viene alle mani sul serio.

I vecchi amici che ci troviamo, sanno contestualizzare in certe innocue scacchiere di legno, così apparentemente tranquille, un agonismo da autentica bocciofila, e si studiano in cagnesco con la stessa intensità che si userebbero se, oltre a sottrarre una torre all'avversario, il loro obbiettivo potesse anche essere quello di mangiargli un orecchio. E, se non bastasse la lotta in sé, a farci tanto temere quegli occhi infuocati e quelle braccia in attesa, c'è anche il problema della pazienza che, purtroppo, se ne va. Cambia proprio rione, alle volte.

Capita che l'attesa fra l'inizio pensieroso e la fine-cataclisma di un solo turno, sia interminabile come quelle fra un salto e una schiacciata di Mila Hazuki, o fra lo stop e un tiro di Oliver Hutton. Solo, qui il tempo non si ferma, intorno ad un giocatore che pensa ai fatti suoi, per quarti d'ora e quarti d'ora di riflessioni sul parente più amato - o sull'amico più stronzo - mentre, per tutti quelli che l'osservano, non sono che pochi secondi. Quelli sono cartoni. Qui l'attesa è oggettiva, non solo dilatata dalla tensione. Sarà anche per questo, forse, che, a piazza del Fico, per quanto gli scacchi siano sempre stato uno sport squisitamente mentale, si varca tanto spesso la soglia della metafora, con certi colpi di testa che non vi dico.

foto | scattata da giovanni

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