Migranti, il Papa: "Diocesi pronte, chiese aperte"

Diocesi di Roma pronte all'accoglienza, chiese aperte per ospitare i migranti: il Papa ordina accoglienza

Ieri, durante la recita dell'Angelus in piazza San Pietro, al Vaticano, Papa Francesco ha rivolto un chiaro appello a tutte le diocesi del mondo affinchè collaborino con le autorità locali per garantire accoglienza e tutela per le centinaia di migliaia di migranti in costante arrivo da medio-oriente, Asia e Africa.

"Ogni parrocchia, santuario, monastero, comunità religiosa d'Europa accolga una famiglia di profughi, a partire dalla mia diocesi di Roma".

Parole, quelle del Papa, di non poco conto e che certamente cambieranno non poco modalità e possibilità di accoglienza a Roma (e non solo), oltre che rappresentare una risposta a coloro i quali lamentavano (non a torto) una certa assenza della Chiesa Cattolica nei progetti di accoglienza.

Un'assenza che, va detto, era solo formale, visto e considerato che molti volontari dell'associazionismo cattolico e molte cooperative di area cattolica da mesi si prodigano in orari no-stop e lavoro (volontario) durissimo per garantire i servizi di accoglienza minimi ai migranti su suolo italiano. Certo, la mancanza di un'ufficialità strideva con i tantissimi appelli all'accoglienza delle alte sfere Vaticane e in molti, cittadini ma non solo, cominciavano a spostare la propria opinione verso lidi più critici (che al giorno d'oggi, con il centrosinistra al governo, sono misteriosamente e quasi incomprensibilmente in area di destra e centrodestra).

Le parole del Papa rappresentano quindi un punto fermo, sul quale però il cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, ha voluto precisare alcuni aspetti "non secondari": su tutti l'attività della diocesi, che sarebbe profusa da anni, proprio nell'ambito dell'accoglienza. Un'attività che il sottoscritto ha fatto sempre fatica a registrare e riportare: la memoria corre infatti alla Pasqua del 2011, quando i cancelli della Basilica di San Paolo si chiusero dividendo di fatto 150 famiglie rom appena sgomberate a Casal Bruciato. In quel frangente intervenne persino la Gendarmeria Vaticana, quando alcuni rom protestarono dopo essersi visti negare l'ingresso nella Basilica, chiusa con le proprie famiglie all'interno.

Un episodio, l'ultimo di questo tipo che si ricorda dell'"accoglienza a Roma" del Vaticano, certamente poco edificante e che ha fatto in buona sostanza inasprire la stessa diocesi: le chiese romane infatti restano chiuse a chiave, tutte le notti (ostensioni perpetue e veglie di preghiera permettendo). La ferrea volontà del Papa all'accoglienza cade con una tempistica perfetta per soffocare le polemiche antiecclesiastiche di questi giorni, ma anche nell'ambito dei preparativi del Giubileo della Misericordia.

Una Misericordia che, sottolinea il Papa in persona, si registra nelle opere dell'uomo ma che in realtà è forse altro. E forse, in questo caso, aveva ragione "l'erba cattiva" Marco Pannella, quando chiedeva un "Giubileo della Speranza":

"Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere “prossimi” dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: “Coraggio, pazienza!...”. La speranza è combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura"

diceva il Papa ieri all'Angelus ricalcando un tema, la Speranza, molto caro al leone radicale (laico, anticlericale eppure mai così prossimo ad Oltretevere come in questi tempi così strani).

Per ora i migranti a Roma restano "lontano dagli occhi, lontano dal cuore", gettati come animali in un campo prossimo alla Stazione di Roma Tiburtina: tende, brande, pochi generi di conforto, i migranti sono stati tolti (non senza l'uso della forza) dal piazzale nel quale lo Stato li aveva scaricati a luglio e trasferiti in campi d'emergenza nei dintorni della ferrovia, tra un cantiere edile, la stazione e l'alta tensione, in modo da disincentivare curiosi e cronisti.

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