L’altra faccia di Rebibbia: intervista ai Presi per caso – seconda parte


Pubblichiamo oggi la seconda parte dell'intervista ai Presi per caso. La prima parte la trovate qui

Da 8 anni siete in ‘bilico’ tra musica e teatro: non vi sembra il caso di scegliere?
“No, perché i Presi per caso sono fatti di anime diverse: alcuni si sentono più musicisti, altri più attori, anche se tutti, nella vita quotidiana, facciamo altri lavori. E poi si tratta di due linguaggi diversi che, entrambi, soprattutto nelle performance dal vivo, ci sanno donare emozioni molto intense, ma proprio perché sono linguaggi diversi, arrivano a colpire persone diverse. D’altronde noi non siamo artisti, ma comunicatori”.

E allora qual è il vostro messaggio?
“Più che un messaggio è un obiettivo, che in parte abbiamo anche raggiunto: spostare il rapporto classico carcere-giustizia-società dalle posizioni estreme, che sono sia la crudeltà di coloro che pensano che per chi è recluso bisognerebbe buttare via la chiave, sia l’eccessivo buonismo. Diciamo solo che possono esserci punti di contatto tra ‘dentro’ e ‘fuori’ e che un carcere diverso è auspicabile: basti pensare che un detenuto nullafacente costa allo Stato 150 euro al giorno, mentre magari con la metà della cifra potrebbe impegnarsi in qualcosa che lo disincentiverebbe a commettere nuovamente reato. Non dimentichiamo che il carcere è un esercizio di promiscuità, ma tra persone che hanno sbagliato: non ci sono modelli che vengono dall’esterno e quindi non si può migliorare. Certo, Rebibbia già ti dà qualche possibilità in più, ma sono comunque realtà chiuse al mondo, mentre la sanzione dovrebbe guardare anche oltre, al dopo, soprattutto in presenza di reati non gravi”.

Cosa ne pensi del film dei fratelli Taviani? In quali termini secondo te si dovrebbe parlare di carcere?
“Non ho ancora visto il film, ma da quel che so e avendo partecipato a una trasmissione radiofonica con lo sceneggiatore Cavalli, direi che l’operazione mi convince perché si è lavorato solo con ergastolani, quindi hanno avuto tutto il tempo di formarli. In genere io sono diffidente nei confronti di attori e registi che vengono qualche mese a Rebibbia e poi se ne vanno, soprattutto se i progetti coinvolgono i detenuti: in genere vengono messe in scena piéce di cui non capiscono nulla perché, parliamoci chiaro, non hanno lo spessore culturale sufficiente, vengono illusi, magari si creano aspettative e poi è dura quando si torna in cella, da soli. I registi dovrebbero pescare le storie dentro il carcere, che in questo senso è un patrimonio infinito: il detenuto dovrebbe raccontare il proprio vissuto, non interpretare (male) quello di un altro. Infine, del film dei fratelli Taviani mi piace il messaggio di fondo: il detenuto è soprattutto un essere umano. Quello dei Presi per caso, tra l’altro, è proprio che il carcere non è umano! Anche se noi abbiamo sempre un tocco leggero, molto diverso dal film mi sembra di capire…”.

Qual è il futuro dei Presi per caso?
“Mah, io in realtà spero che i Presi per caso non ce l’abbiano un futuro: significherebbe che finalmente la gestione della pena sanzionatoria è cambiata. La vita del gruppo è molto legata a questo, ma la speranza è poca perché le prigioni sono così da almeno 300 anni. Sono una fabbrica di criminalità, è un dato assodato, ma sta bene a molti, soprattutto ai politici che con le campagne sulla sicurezza ci costruiscono il consenso. Sulla sicurezza, invece, occorrerebbe lavorarci in altro modo, ad esempio migliorando la vita nelle periferie, incrementando la vita sociale e culturale, togliendo le sacche di disagio, insomma. Anche per questo noi ad aprile intraprenderemo un minitour del nostro ultimo show, ‘Nella mia ora di libertà’, ossia le riflessioni di un detenuto durante la sua ora d’aria, che ci porterà a San Basilio e a Tor Bella Monaca”.

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