L’altra faccia di Rebibbia: intervista ai Presi per caso – prima parte


L’Orso d’oro vinto a Berlino e il successo di pubblico ottenuto dal film “Cesare deve morire”, girato nella casa circondariale capitolina di Rebibbia dai fratelli Taviani, hanno riacceso i riflettori sulla questione carcere e sul dramma che vivono coloro che vi sono rinchiusi. Ma a Roma c’è anche qualcun altro che da molto tempo racconta come si sta “dentro” e lo fa da un punto di vista molto particolare: quello di chi ‘er gabbio’ l’ha vissuto sulla propria pelle. Sono i Presi per caso, una realtà di musicisti e attori per passione che si sono incontrati, artisticamente e non, proprio a Rebibbia e che ora hanno una missione: raccontare la verità sulla galera, ma con la forza dell’ironia. 06 ha intervistato per voi il leader di quella che non è solo una band: Salvatore Ferraro.

Chi sono i Presi per caso?
“Sono un gruppo di ex detenuti che per passione fanno musica e recitano in una forma che definirei propria del teatro-canzone. Al nucleo originario, negli anni, si sono aggiunti alcuni che in carcere non ci sono mai stati, e quindi tra membri fissi e altri che ci ruotano attorno, oggi siamo in tutto 16-17 persone”.

Come nascono i Presi per caso e, soprattutto, dove?
“Beh, a Rebibbia nel 1997 c’era già un gruppo di musicisti che faceva le prove in una cella in disuso messa a disposizione della direzione per poi tenere un concerto una volta al mese nell’area verde. Si suonava, però, la musica di ‘fuori’, poi, nel 2004, quando io e altri siamo usciti, abbiamo iniziato a fare il contrario, portando fuori la musica di ‘dentro’ con un musical intitolato ‘Radiobugliolo’ che ebbe anche un discreto successo. Da lì non ci siamo più fermati: abbiamo fatto ‘Delinquenti’, spettacolo sul tema della rieducazione in carcere che secondo noi è fallimentare, poi ‘Recidivo Recital’ che, come dice il titolo, tratta il problema della recidività dei detenuti. Contemporaneamente abbiamo pubblicato anche alcuni dischi: oltre a quelli con le musiche che accompagnano i nostro spettacoli, voglio citare ‘L’operazione Girolimoni’ che in pratica è una lettera aperta per chiedere la riabilitazione sociale di Gino Girolimoni, accusato ingiustamente di aver stuprato e ucciso alcune bambine nella Roma degli anni Venti. Nonostante alla fine fosse stato scagionato, ne ebbe la vita sconvolta e ancora oggi in alcune Regioni italiane si usa il suo nome come sinonimo di ‘mostro’. All’attivo, infine, abbiamo oltre 160 concerti dal vivo, compresa una tournée in Irlanda, il Jailtour, in cui, appunto, abbiamo suonato nelle carceri, comprese quelle di massima sicurezza”.

Prima eravate solo ex detenuti, ora ci sono anche non-detenuti. Come mai?
“Perché una volta fuori non volevamo riproporre le strutture chiuse di Rebibbia, ci siamo aperti al mondo, a chiunque volesse raccontare il carcere assieme a noi. Certo, per chi non è mai stato dentro all’inizio è stato difficile capire che in carcere si vive per davvero in un ambiente di due metri per tre dove non puoi fare quasi nulla! Mi sono chiesto spesso cosa spingesse gli incensurati a unirsi a noi: in alcuni casi l’ho scoperto dopo anni – il carcere per qualcuno non era stata un’esperienza diretta, ma comunque vicina, vissuta magari da un familiare – in altri non l’ho ancora capito ma va bene così. Ciò dimostra, inoltre, che il carcere non è lontano dalle persone ‘normali’, non è qualcosa di altro, di separato dalla società, ma è inserito in essa”. (fine prima parte, a domani per la seconda)

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