Henry, il noir romano contemporaneo

Roma Criminale si veste di nuovo di noir cinematografico. Arriva nelle sale oggi, Henry di Alessandro Piva. Tra i protogonisti ci sono Carolina Crescentini, Claudio Gioé, Alfonso Santagata, Aurelien Gaya, Pietro de Silva e Paolo Sassanelli.

Il film è fresco vincitore del Premio del Pubblico al Torino Film Festival, ed è prodotto da Seminal Film in associazione con Bianca Film (distribuito da Iris Film).

In una Roma dal volto meticcio e randagio, vecchi e nuovi malandrini s'inseguono, sotto la minaccia di una guerra tra clan. Tre giorni di delitti, fughe e sospiri d’amore. Un’insegnante di aerobica che frequenta poche persone, per di più quelle sbagliate. Un fidanzato tossico e infantile. Un ex fotografo troppo cinico e troppo fatto. Una banda di malavitosi meridionali e una gang di africani impegnati a conquistare il mercato dell’eroina.

C'è un duplice omicidio con due poliziotti ad indagare: uno un po’ anomalo, l’altro troppo normale. Devono risalire la corrente di una città che parla in varie lingue lo stesso umorismo nero. Il finale è senza vincitori.

L'ambientazione del film - spiega il regista - è nella suburra di questa Roma da Basso Impero, dove i nuovi derelitti muovono i loro passi sulle strade costruite dai Cesari. Una Roma di non romani, in cui tutti sono immigrati o si sentono pesci fuor d’acqua nella loro stessa città. Cuore simbolico del film il Tevere, che attraversa, allieta e insozza la città - proprio come la droga.

Gli eventi sono rinchiusi nella gabbia del presente. Perché l'appiattimento della dimensione temporale sul qui e ora è in assoluto la coordinata principe di chi vive schiavo di una droga - che essa sia l'eroina, il consumismo o la bulimia di informazione. I giovani protagonisti del film, Nina e Gianni, nel momento in cui si trovano costretti a fare i conti con la responsabilità del proprio futuro cercheranno disperatamente di risalire la corrente e di forzare le lancette, con la stessa ingenuità di chi è abituato a premere il tasto “back” sulla tastiera. Ma la vita vera non permette al tempo di andare indietro.

Henry è un film incosciente e piratesco, dal punto di vista artistico come da quello produttivo, in barba alle regole di chi giudica il cinema con il telecomando in mano. Il plot di genere è solo lo spioncino, oltre la porta c’è la vera questione: capire dove stiamo andando e saperlo raccontare. Henry vuole scassinare la serratura, uscire dalla stanzetta nella quale, a parte rare e felici fughe, si è fatto rinchiudere da tempo il cinema italiano.

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