Antropologia urbana: l'aula "vetri" alla Sapienza


Una delle meraviglie della Sapienza - a parte il pratone social, la gipsoteca, e le Erasmus che ci invidiano perfino nelle loro rispettive nazioni di provenienza - è l'aula detta "vetri" della vecchia facoltà di Lettere.

Dalla foto è quasi impossibile rendersi conto con quanta astuzia - quasi olandese - quei pochi metri quadri devono essere stati sottratti alla dura materia di un pilastro enorme, sui cui poggia il grande ambiente d'ingresso alla facoltà, un piano più su: quello in cui si consumano dialoghi idealistici e le merendine delle macchinette.

Uno cammina tranquillissimo diretto verso il centro fotocopie, con i suoi begli amici capelloni, e si imbatte in un'intera aula sottovetro, popolata da ectoplasmi che spostano le sedie, e altri che scrivono alle lavagne, come per dispetto, formule incomprensibili in lingue arcane, che non si parlano da secoli.

E' un acquario umano, quell'auletta - simile in molto a quello ambientato da Proust nella marina di Balbec, in "All'ombra delle fanciulle in fiore". Solo che, invece di un ristorante di lusso, in cui si muovono abiti tanto splendidi che somigliano a pesci tropicali, agli occhi dei monelli del posto, che sbirciano dentro; qui, si tratta di una specie di scantinato.

Come protagonisti della tesina di un sociologo pazzo, studenti di varie discipline si alternano in questo non-luogo didattico, tanto reality-show che ti aspetteresti che, nelle sessioni d'esame, le interrogazioni avvengano in una sorta di confessionale e che, prima di essere bocciato, un allievo debba passare dalla più tremenda umiliazione moderna di una nomination.


foto | 06blog.it

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