Antropologia urbana: il libraio motivato

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Fra la stazione Termini e piazza Esedra, il più bel libraio è questo celeste.

Non che i suoi colleghi, una baracca di fianco, che trascorrono i pomeriggi a discutere dei massimi sistemi, ma fermi sul ciglio del loro marciapiede, non siano poi interessanti, quantomeno perché dotati della nonchalance necessaria a presentare con lo stesso entusiasmo monografie su Hitler e Giovanni Paolo II.

Il punto è che quello più celeste di tutti non si vede quasi mai.

La sua faccia è un'altra copertina, quando ce la mostra, fra le tante che vorrebbe vendute: l'unica che vi regalerebbe.

O meglio, una di quelle quarte, di copertina, in cui di solito un romanziere cerca di mostrarsi al meglio: il più pettinato, seppiato, visibile che possa; mentre, lui, tanto più è realistico quanto più, invece, riesce ad eclissarsi.

Spesso, quasi tutto il tempo, la sua faccia scompare dalla bancarella. Lasciando una finestrella aperta al centro del suo mondo, in quei pochi centimetri di esso in cui non ci sono libri, allegra come un sorriso da dente da latte caduto, quel libraio ci dice di sé solo attraverso le merce che espone.

Al contrario dei suoi colleghi di oggi, e pure di tante titolari fiamminghe, sexy e secentesche di bancarelle di natura morta, in quadri in cui le belle pere su un carretto non significano più solo frutta o dottrine cristologiche - il nostro amico gode nello scomparire da qualche parte sul fondale del suo piccolo depositio da zio Paperone, in cui però la carta in cui si tuffa non sarà mai quella dei dollari.

foto | giovanni per 06blog.it

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