Sikh d'Italia: "Non vogliamo toglierci il turbante"

Dastar Day:

E fu così che anche i Sikh ebbero i loro D-Day. Nel fine settimana appena passato, a Roma non sono passati inosservati, i tanti turbanti colorati che circolavano pacificamente nel centro. Epicentro del loro raduno, manco a dirlo, la solita Piazza SS. Apostoli (caro Sindaco, non è che salvando Piazza Navona, ai Santi Apostoli raddoppieranno le manifestazioni? Sarebbe inutile perché già detiene il record da tempo).

Il D-Day è l'abbreviazione per Dastar Day (parola punjabi per "turbante"). Ebbene, quella di ieri è stata la giornata della consapevolezza per i turbanti. Migliaia di Sikh si sono riuntiti in diverse capitali europee (Madrid, Londra, Bruxelles oltre a Roma) per protestare contro le misure di sicurezza anti terrorismo che impongono di togliere appunto il turbante durante i controlli.

Soprattutto questo capita in aeroporto. I Sikh (che non sono pochi in Italia) sono obbligati a scoprire il capo in pubblico, contravvenendo alle regole della loro religione. Il turbante per i sikh è sacro, ma pensa un po', quegli agnostici ignoranti degli agenti di polizia italiani (ed europei) in servizio agli aeroporti sembrano considerarlo un semplice cappello. Obbligano gli immigrati indiani a scioglierlo davanti a tutti...

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Qualche mese fa si è sfiorato l'incidente diplomatico tra Roma e Bombay, dopo le proteste di un allenatore di golf indiano atterrato a Malpensa. Ma perché non possono toglierlo? E' il Khalsa, “l’ortodossia”, a dettare le regole precise: una sorta di battesimo, devozioni, austerità nei costumi (astinenza da alcol, fumo, droghe), servizio volontario agli altri nei langar e l’uso di adottare il cognome Singh (“leone”) per i maschi e Kaur (“principessa”) per le femmine.

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Le regole del khalsa impongono al sikh “battezzato” anche di essere riconoscibile nell’abbigliamento, e da qui l’uso del turbante (per uomini e donne, benché di diversa foggia), la lunga barba per gli uomini e – per tutti e tutte – e ci sarebbe pure l’uso di portare un piccolo pugnale, il kirpan, a testimoniare la disponibilità a difendere la fede con la vita (capirai..).

Queste sono comunque le regole del khalsa, ma bisogna ricordare che non tutti i sikh appartengono al khalsa e molti, soprattutto fra i più giovani, non le seguono alla lettere, perciò non hanno un “aspetto sikh”. Il vicepresidente dell’associazione Akali Dal Delhi, Kang Sukhdev, dichiara:

Chiediamo che durante i controlli di polizia venga rispettata la nostra religione. Negli aeroporti di Malpensa, Linate, Verona e Roma ci obbligano a togliere il turbante davanti a tutti anche se potrebbero controllarci in un altro modo. Non abbiamo nulla da nascondere, ma per noi il turbante ha un valore altissimo e vorremmo che se ne rendessero conto anche le istituzioni italiane.

Il giornalista Harvinder Singh, direttore del mensile Punjab Express, è ancora più polemico:

A Fiumicino, lo scorso luglio, la polizia mi ha chiesto di togliere il turbante. Mi sono rifiutato, spiegando loro che non è un cappello, ma un’espressione della mia religione. Alla fine ho convinto gli agenti ad esaminare il turbante con il metal detector e con un altro strumento, se avessero suonato mi sarei scoperto il capo in una stanza appartata. Io credo che si possa trovare un accordo, rispettando i nostri diritti e le esigenze della Polizia. E lancio una provocazione: fareste levare il velo a una suora per controllarla all’aeroporto?

Ma è proprio la stessa cosa? Quanto può essere voluminoso un velo? Detto questo, cosa si può nascondere in un turbante, che il metal detector nn rilevi? Voi che ne pensate?

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