Romarcord: la mia Trastevere che non c’è più

“Casetta de’Trastevere, casa de mamma mia, tu me porti via la vita appress’a te.
Tutti li sogni cascheno, mattone pe’mattone e ’n mezzo ar porverone già non te vedo piú…”.

Oggi per me è una di quelle giornate in cui la penna s’intinge nel calamaio della nostalgia e in cui non si può che scrivere con l’inchiostro del ricordo… sapete quando vi capita di guardare la vostra città con gli occhi della malinconia, frugarne gli angoli e non trovarvi più quello che cercavate, quello che una volta vi dava gioia e certezza…

Ecco, oggi voglio parlarvi del mio quartiere, Trastevere, ma non di quello che è ora e che tutti potete vedere, ma di quello che era una volta, un’immagine che condividono tutti coloro che viaggiano sulle 30 primavere (chi più chi meno), mentre per gli altri sarà un tuffo, spero piacevole, in una Roma sparita non poi da troppo tempo.

Quando ero piccola viale Trastevere era davvero un viale, che a noi bambini pareva immenso: niente spartitraffico e corsie riservata al tram, che pure c’era, ma non era l’8, bensì il 3, a sua volta erede di un’antica circolare che faceva il giro della città. E in effetti, quando i bus turistici aperti erano ancora di là da venire, noi romani avevamo già capito tutto: ricordo il lungo viaggio di 2 ore con mamma a bordo del 3 quando veniva a trovarci qualcuno da fuori, per fargli avere un panorama completo della città, lo stridìo familiare dei freni fermata dopo fermata, dalla stazione Trastevere alle Belle Arti, passando per Piramide, il Circo Massimo, San Giovanni, Porta Maggiore, San Lorenzo, la città universitaria, i Parioli e lo zoo, che ancora non era il bioparco.

Negli anni Ottanta noi bambini andavamo a fare merenda da Frontoni, d’inverno, dove la croccante pizza bianca veniva farcita praticamente con qualunque cosa, dal salame alla crema di fagioli. D’estate, invece, tappa obbligata era La Fonte della Salute, che il nome già diceva tutto, per un enorme cono gelato alla fragola o al cioccolato.

Il pomeriggio, fatti i compiti, ci si incontrava al Cinema America, dove nell’unica sala spesso venivano trasmessi i cartoni animati, ma d’estate era preferito il Garden, proprio lungo il viale, con il suo tetto apribile dal quale al tramonto filtrava un piacevolissimo ponentino. Il sabato si usciva a mangiare la pizza o gli spaghetti in una delle trattorie tradizionali che hanno fatto la storia del quartiere: Meo Patacca, Ciceruacchio, Ettore Fieramosca, Checco er Carettiere.
La domenica era festa grande perché si poteva scendere a passeggiare tra le bancarelle di Porta Portese, dove si facevano veri affari scavando tra le anticaglie di cui pullulavano i banchi, gestiti da signori enormi e simpatici che parlavano ancora la lingua del Belli e del Trilussa, vestivano parannanze impataccate e agitavano manone perennemente impolverate.

Già più grandini, si passava il sabato pomeriggio tra gli scaffali della libreria Bibli, la prima in assoluto ad aprire una caffetteria interna dove leggere avidamente e altrettanto ingordamente consumare un tè o un bicchiere di vino, allergici per sempre all’aperitivo, una moda che nel quartiere ancora non aveva attecchito.

Frontoni quest’anno ha chiuso definitivamente i battenti, da diverse estati sulla vetrina della Fonte della Salute campeggia un sinistro cartello “Chiuso per lavori” e anche il Cinema America si è ridotto a un ricovero per barboni. Molti dei ristoranti delle occasioni speciali della mia infanzia non esistono più e i sopravvissuti sono ormai l’ombra di se stessi, servono cibo scadente a turisti ignoranti.

Quanto a Porta Portese, è pieno solo di cianfrusaglie vendute da stranieri che masticano appena l’italiano e ciò che lascia dietro di sé quando la magia del mercato scompare, all’ora di pranzo, non è più il fascino di suoni, colori e profumi, ma soltanto un immenso tappeto di cartacce che ci vuole un’intera giornata a ripulire. Infine anche la vita di Bibli, causa i venti di crisi, è da mesi appesa a un filo.

A Trastevere la vita è talmente cambiata che neppure l’ospedale San Gallicano lavora più come una volta, mentre addirittura lo spauracchio di noi piccoli (…attento, che se fai il cattivo arriva la guardia e ti porta a Regina Coeli…) è stato declassato a secondo carcere di Roma, dietro Rebibbia, cosicché perfino l’oltrepassare quei famigerati “tre scalini” ormai non conta più tanto.

Roma, quindi, è sparita non solo negli acquarelli di Roesler Franz o nelle fotografie sbiadite degli album delle nostre nonne, ma è stata inghiottita anche nei nostri ricordi. D’altronde, qui a Trastevere, a svanire non sono stati solo i luoghi del nostro essere bambini, ma sono volati via anche i trasteverini ‘veri’, quelli fieri che avevano creato la Festa de’Noantri e che con orgoglio affermavano di non “aver mai passato ponte”, cioè di non essere mai stati a Roma. Ma questa, per davvero, è tutta un’altra storia.

Foto | Flickr

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