Giuseppe Gioachino Belli: oggi, 7 settembre, si festeggiano i 220 anni dalla nascita

Giuseppe Gioachino Belli: oggi, 7 settembre, si festeggiano i 220 anni dalla nascita

Due curiosità, innanzi tutto. La prima, forse più nota, è che nonostante abbia raggiunto la fama con opere in dialetto, votate a un crudo e popolano realismo, il Belli era figlio di una famiglia molto facoltosa. Quando poi cadde in disgrazia, non solo dovette abbandonare gli studi, ma faticò molto per sbarcare il lunario. La seconda è che dobbiamo la sua eredità letteraria alla disubbidienza del figlio, che ignorò la disposizione contenuta nel testamento con la precisa volontà che tutte le sue opere venissero bruciate alla sua morte.

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.

Così spiegava il perché della sua passione, dei suoi sonetti. Giuseppe Gioachino Belli infatti, fu fondamentalmente un abile osservatore: capace di catalogare con la precisione degli uomini di scienza (uno dei suoi primi componimenti si intitolava - non a caso - "Dissertazione intorno la natura e utilità delle voci", un 'riassunto' in versi del "Saggio sull'origine delle conoscenze umane" di Condillac) e poi restituire ciò che vedeva con il ritmo e la sintesi della poesia.

Al Belli (a differenza del suo ideale antagonista Trilussa - vi ricordate il risultato del nostro 'Derby di Roma'?) mancava lo sguardo affettuoso alla 'plebe'. Il suo era un istinto moraleggiante, crudele, privo di compromessi contro l'imbarbarimento dei costumi: " ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca".

C'era qualcuno però che il Belli detestava più del popolino ignorante ed era il Clero. Cementando in modo schietto e privo di giri di parole quella difficile convivenza che da sempre accompagna la vicinanza tra Roma e il Vaticano, i sonetti del Belli lanciavano violente (e spesso turpi) invettive contro il malcostume delle cariche ecclesiastiche. Ce n'è uno che unisce tutte queste 'voci', il talento di raccontare affondando il colpo e stilando siparietti micidiali. E' con questo che chiudiamo il nostro personale omaggio a un'icona (in)discussa della romanità.

Er Mercato de piazza Navona

Ch'er mercordì a mmercato, ggente mie,
Sce ssiino ferravecchi e scatolari,
Rigattieri, spazzini, bbicchierari,
Stracciaroli e ttant'antre marcanzie,

Nun c'è ggnente da dì. Ma ste scanzie
Da libbri, e sti libbracci, e sti libbrari,
Che cce vienghen'a ffà? ccosa sc'impari
Da tanti libbri e ttante libbrarie?

Tu ppijja un libbro a ppanza vòta, e ddoppo
Che ll'hai tienuto pe cquarc'ora in mano,
Dimme s'hai fame o ss'hai maggnato troppo.

Che ppredicava a la Missione er prete?
"Li libbri nun zò rrobba da cristiano:
Fijji, pe ccarità, nnu li leggete."

(Oggi, mercoledì 7 settembre a Palazzo Caetani, il "Centro Studi Belli" ha organizzato il concerto del "Canzoniere di Roma", gruppo folk che mette in musica gli stornelli romaneschi più antichi o rari. L'ingresso è gratuito.)

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