"Ground 0 - La realtà distorta dell'11\9" da New York a Roma con Laura Croce

Ground 0

A pochi giorni dall’11 settembre 2011, e dieci anni da quell’11 settembre 2001 ‘ricordato’ ovunque in mille modi diversi e da altrettanti punti di vista, il decennale dell’attentato alle Torri Gemelle ha acceso di nuovo animi, coscienze e riflessioni su un passato controverso, ed un futuro in cantiere non solo nel World Trade Center newyorchese, al lavoro per riempire il vuoto lasciato dalle Twin Towers nella skyline di Manhattan.

Un cantiere imponente e difficile da ignorare, che edifica nuovi grattacieli, e soprattutto nuovi simboli, all’ombra di una Freedom Tower, che lo scorso 9 settembre sembra aver raggiunto l'82° piano, e nel 2013 stima di superare la Willis Tower di Chicago, aggiudicandosi il primato di grattacielo più altro degli Stati Uniti.

Affascinata dalle metamorfosi metropolitane, dall’influenza che esercitano sulla percezione della gente, e dai cantieri che le celano come fa un bozzolo con la farfalla, non ho potuto resistere alla tentazione di dare una sbirciata al cantiere newyorkese inquadrato da “Ground 0 - La realtà distorta dell’11/9″ di Laura Croce, giornalista e critica cinematografica prima di tutto, fotografa ogni volta che sente il bisogno di ricorrere alla forza delle immagini.

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Lo scorso 9 settembre “Ground 0 - La realtà distorta dell’11/9″, e sette fotografie del progetto, esposto a cura di Raffaele Cinzio, sono state inaugurate nella piccola ma intrigante ASHANTI®GALLERIA|arte contemporanea del Rione Monti, ghiotta occasione per fare una chiacchierata con Laura.

Iniziamo da una perplessità sul titolo e su un “Ground 0” tanto eloquente ed abusato, che la fotografa invece utilizza per restituire un punto di vista e una visione alquanto singolare di New York e dei suoi simboli metropolitani in cantiere. Da dove arriva questa scelta?

Ho sempre preferito l'idea e il nome Ground 0 rispetto alla costruzione di una gigantesca Freedom Tower. Le stesse parole Ground e 0 rimandano a una sensazione di annullamento e all'esigenza di ripartire daccapo, di ripensare la realtà che ci circonda e le sue categorie interpretative. C'era poi in quel nome già un certo senso di vuoto: un po' paradossale per un sito divenuto di immediata importanza globale. Da qui l'intuizione e la voglia di utilizzare quel luogo-non luogo a mo' di spazio virtuale in cui rielaborare - e metabolizzare - simbolicamente le conseguenze del crollo delle Torri Gemelle sulla cultura contemporanea e sul nostro modo di guardare non solo al mondo ma anche a New York e agli Stati Uniti.

Come nasce e si sviluppa il progetto?
Essendo stata a New York da piccola, prima del fatidico 11/9, quando ci sono tornata due anni fa sapevo perfettamente che una tappa obbligatoria sarebbe stata Ground 0. Avevo in mente soprattutto le foto commosse di Wim Wenders, dove giochi di luce tra i grattacieli "sopravvissuti" del World Trade Center creano un'atmosfera solenne e sommessa. Ma una volta arrivata lì lo scenario si è rivelato subito completamente diverso: confusione metropolitana, rumori assordanti, fiumi di persone che come me si affollavano nei ponteggi tutti intorno al sito dove sorgevano le Twin Towers per vedere l'invisibile: Ground 0 infatti materialmente non esiste più, è stato lentamente sovrastato dal memoriale e dal cantiere della Freedom Tower. Tutto quello che si riesce a percepire in quel luogo non proviene perciò dall'immagine che si presenta agli occhi in sé per stessa, ma da tutto ciò che c'è dietro lo sguardo, come il ricordo delle torri in fiamme e la consapevolezza di quanto questo evento abbia influito sia sulle relazioni internazionali sia sulla nostra vita quotidiana, in termini di fiducia verso il futuro, apertura alle altre culture e così via. A quel punto, cercando di scattare qualche foto dotata di senso, mi sono accorta della potenzialità offerta dalle reti protettive innalzate intorno al cantiere. All'inizio mi sembravano recludere l'immagine, poi ho capito che usandole come frontiera tra il mio occhio e lo scenario dell'ex sito di Ground 0, potevano trasformarsi nella chiave per liberare le fotografie da una mera funzione reportistica, quella sì abusata e non troppo pregnante, almeno dal mio punto di vista.

Un progetto pieno di fotografie sfocate metafora di una visione distorta, deformata, come hai ottenuto l’effetto?
Come detto, l'effetto mi si è palesato nel momento stesso in cui ho cominciato a "vedere" le reti, capendo che quella barriera posta tra l'obiettivo e Ground 0, poteva finalmente visualizzare la percezione convulsa e un po' confusa ispirata da quello strano connubio di scene quotidiane di lavori in corso e ricordi così potenti e vividi dell'11\9. Dal punto di vista strettamente tecnico, si è trattato di giocare un po' col fuoco. Senza focalizzare né le reti né i soggetti al di là di queste, ho ottenuto un effetto distorsivo che sfoca i contorni e rende le immagini più ambigue e difficili di afferrare. L'obiettivo mi ha permesso così di visualizzare ciò che l'occhio non può vedere con la sua messa a fuoco automatica: una realtà sfumata e meno intellegibile, esattamente come quella che ci ha lasciato il crollo delle Torri.

Questa mostra espone sette immagini, solo sette immagini. L’intero progetto, o solo una parte di esso? Perché?
Le immagini sono sette su quindici. La sintesi operata sul progetto è nata per renderlo più "site-specific", come si suol dire, cioè più adatto alla location offerta dalla galleria Ashanti di Roma e dal suo White Wall. Si tratta di uno spazio molto asciutto ed essenziale dove, in accordo con il curatore Raffaele Cinzio, ho deciso di esporre solo le foto che riguardano in modo più stretto la deformazione dell'immaginario legato a New York e della sua iconografia, celebrata da tanti film e serial tv. Perciò ho lasciato fuori alcune immagini di "contorno" (come ponti, operai, cielo, quel che rimane dello skyline del World Trade Center) per concentrarmi sulle immagini di bandiere, traffico, cartelli e quant'altro avesse più apertamente il sapore della Grande Mela.

Da quando hai iniziato a lavorare al progetto a oggi, cosa hai scoperto strada facendo? Quanto e come è cambiata la tua percezione?
Ne ero già abbastanza consapevole, ma lavorare sulle immagini del cantiere di Ground 0 mi ha fatto ricordare e capire fino in fondo quanto l'11\9 abbia influito sulla mia formazione, avendo coinciso in pratica con il passaggio dall'adolescenza a un'età più matura. Credo che in parte il mio insistere sulla necessità di ragionare sulla dimensione simbolica e culturale dell'evento dipenda anche da questo: il crollo delle Twin Towers mi sembra una specie di trauma dell'auto rappresentazione della civiltà cosiddetta occidentale, un trauma da cui però, se correttamente rielaborato, poteva scaturire una crescita, una maggior consapevolezza. Per ora, invece, il meglio che gli Stati Uniti, ma in pratica tutto il "Nord del Mondo", è riuscito a fare, è stato innalzare i primi piani di un altro grattacielo, ancora più alto, ancora più presuntuoso. Il mio progetto fotografico su Ground 0 serve proprio a porre questa domanda: ha senso riempire quel vuoto riproducendo sempre gli stessi simboli e lo stesso immaginario? Una risposta definitiva ovviamente (e fortunatamente) non c'è, perché per me quel che conta è l'invito alla riflessione, a portare lo sguardo oltre il visibile.

Cosa ti ha 'lasciato' questo progetto?
La voglia di tornare ancora a New York, e di giocare con il fuoco.

Pensando al presente e anche un po’ al futuro, che obiettivi ti auguri di raggiungere con il tuo progetto?

Mi piacerebbe, in questo decennale dell'11\9 offrire un punto di vista un po' più insolito, portatore di emozioni magari meno retoriche e più consapevoli. Dato che poi si tratta di un progetto "ibrido", sospeso tra astratto e figurativo, mi piacerebbe infrangere anche una barriera che non mi sembra abbia molto senso, cioè quella tra fine art e reportage. Capisco che esistono dei "generi", ma nell'epoca del digitale è tempo di contaminazioni, come succede un po' in tutte le altri arti visive.

Per il resto c’è già altro ‘in cantiere’?
Oltre la Freedom Tower? Scherzi a parte, per un po' credo che continuerò a sperimentare giochi col fuoco, ma vorrei dedicarmi anche a qualcosa di meno "manieristico" e con un tocco più spiccato di surrealismo. Sto pensando di ripercorrere con la fotografia i luoghi vissuti da un personaggio importante della scena musicale di Roma, e non solo. Ma per ora è tutto solo nella mia testa, quindi chissà...

La chiacchierata con Laura è finita, la curiosità di scoprire l'identità del personaggio romano misterioso protagonista del suo prossimo progetto fotografico è appena iniziata, ma se volete approfittarne, le fotografie di Ground 0 restano esposte nella White Wall della galleria Ashanti fino al 24 settembre 2011, ad ingresso libero.

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