Romanorum: il romano spiegato ai romani. Usi e abusi del "mortacci"

Romanorum: il romano spiegato ai romani. Usi e abusi del

Terreno delicato quello delle parolacce in romanesco. Scrivendole possono sembrare delle volgarità abbastanza gratuite, ma il dialetto capitolino le ammette da sempre, in quel mix tra rispetto del sacro e scetticismo profano che ha caratterizzato la città nei secoli. Il termine di cui parliamo oggi in Romanorum è uno dei più noti e più fraintesi per chi non vive nella Capitale.

"Mortacci" è una parola che, presa fuori dal contesto, significa poco e niente. Facile protestare, si parla di defunti e in senso dispregiativo: com'è possibile non scandalizzarsi? Provate voi a spiegare a un non romano che a pochi passi dal Vaticano, di certe cose si ironizza, ma - soprattutto - che lungo il Tevere, spesso un apparente 'insulto' è un modo di enfatizzare...

Tono, espressione facciale, persino la gestualità: tutto può cambiare il senso di un "Mortacci". Non sarà elegante, ma è immancabile se non si vuole rischiare di fraintendere o - peggio - di offendere gratuitamente. Il romano usa il "Mortacci" persino in modo riflessivo, come rafforzativo ("Li mortacci mia!", è una colorita esclamazione di stupore). E cosa dire dell'accezione - assolutamente positiva - con cui si evidenzia il piacere di rivedere finalmente qualcuno ("Li mortacci tua, ma 'ndo' eri finito?")?

Certo, c'è anche il classico "Mortacci tua" (tuoi) che proprio un complimento non è, però è pur sempre uno sfogo, quasi una protesta, non tanto indirizzata al malcapitato, quanto contro la delusione di un gesto - negativo - inatteso, che sconcerta. Tutte le 'infiorettature' (la lista è lunga) servono solo a sottolineare come di certi argomenti (morte e defunti), si parli sempre con il tentativo pacifico o aggressivo, di prenderne le distanze.

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