Il libro-inchiesta su Malagrotta “Con le mani nella monnezza”. L’intervista con l’autore

“La nobbirtà… che fece a Malagrotta! Quanno che questa se trovò a le prese cor Drago, che abbitava in quela grotta…”.

Il poeta romanesco Augusto Sindici descriveva così in una delle sue passeggiate per la campagna romana, questa frazione di Roma lungo la via Aurelia, dando credito a una leggenda sull’origine del nome Malagrotta: l’esistenza di un drago celato in un anfratto roccioso, contro il quale il Papa combatté una crociata a capo di un esercito di nobili. Oggi le sole cose contro le quali i romani devono combattere a Malagrotta sono l’aria irrespirabile, l’acqua inquinata e rifiuti a perdita d’occhio, perché il drago ha lasciato il posto all’ormai famigerata discarica e l’esercito di nobili ai residenti riuniti nei comitati di Massimina e del quadrante ovest della Capitale, che lottano inascoltati dalla politica e nell’indifferenza dei loro concittadini. Eppure, proprio come il drago del poemetto, anche Malagrotta deve morire, e deve farlo da troppo tempo. 06 blog ha incontrato per voi Paola Alagia, la giornalista che in collaborazione con l’esponente capitolino dei Radicali, Massimiliano Iervolino, ha scritto il libro-inchiesta “Con le mani nella monnezza” (Reality Book) che fa il punto, almeno fino ad ora, sugli anni di malagestione di quello che viene ormai a ragione definito ‘l'ottavo colle di Roma’.

Paola, innanzitutto grazie per il tuo tempo. Come nasce l’idea di questa inchiesta?
“Il tema dei rifiuti, a Roma e non solo, è purtroppo sempre d’attualità. Io, da cronista che ha sempre lavorato sul territorio, l’ho sempre seguito ed è proprio per un’intervista su Malagrotta che ho contattato Massimiliano Iervolino. Con lui abbiamo deciso di scrivere questo libro che dell’argomento inquadra sia gli aspetti politici, cioè la sostanziale incapacità dimostrata finora nella soluzione del problema dalle amministrazioni di tutti i colori, sia le vicende giudiziarie e tutto quanto ruota intorno alla discarica: dalle ripercussioni sull’ambiente e sulla salute per gli abitanti dell’area e per tutti i romani”.

Ma davvero è la più grande discarica d’Europa?
“Sì, anche se la sua superficie esatta resta un mistero. Secondo alcuni è grande come 250 campi da calcio messi insieme, ma certo è che giornalmente questo invaso ingoia poco meno di 5000 tonnellate di rifiuti: sversano qui Roma, la Città del Vaticano e i Comuni di Fiumicino e Ciampino. Negli anni Novanta addirittura a Malagrotta arrivava la spazzatura di quasi tutto il Lazio, poi, dopo le proteste dei cittadini, si adottò un provvedimento per ridurre il bacino di utenza”.

La copertina del libro
la giornalista Paola Alagia

Ci riassumi brevemente la storia di Malagrotta?
“La discarica funziona da oltre 25 anni e sorge all’interno di un terreno privato di proprietà di Manlio Cerroni, che certamente è il protagonista assoluto di questa storia: un imprenditore diventato ‘monopolista per caso’ perché ha scelto di investire nei rifiuti e ha fatto fortuna, tenendo in pugno, di fatto, le diverse amministrazioni comunali che si sono avvicendate nel tempo e che non hanno mai fatto nulla perché incapaci di trovare alternative. E se è vero che Roma non è ancora al punto di Napoli è grazie a lui, è anche vero, però, che fin dall’inizio ha tralasciato di rispettare tutte le leggi in materia. Di fatto, oggi, Malagrotta è una discarica illegale”.

Ti riferisci alle direttive europee non rispettate per le quali è stata inoltrata una procedura d’infrazione nel giugno scorso?
“Già, ed è solo l’ultima di una lunga serie. La direttiva europea più importante in materia è la 1991/31 CE, recepita con un decreto legge nell’agosto 2005: impone lo smaltimento in discarica dei rifiuti trattati, non dell’indifferenziato che nel Lazio costituisce ancora l’80% dei rifiuti che arrivano in discarica. La verità è che se da un lato la presenza vigile dell’Europa non è riuscita a mettere in riga la discarica di Malagrotta, dall’altro neppure i piani rifiuti della regione Lazio hanno centrato il bersaglio di inaugurare un nuovo corso nella gestione dell’immondizia. Di questi piani ne contiamo 3 solo negli ultimi 10 anni, dalla Giunta Storace a quella attuale, passando per l’amministrazione Marrazzo. Tutti riportavano obiettivi altisonanti, ma non è mai cambiato nulla, neppure nei 9 anni di commissariamento della Regione. Ora il Consiglio dei ministri ha approvato un provvedimento che consente, come fortemente voluto dal presidente Polverini, la nomina del prefetto Pecoraro a commissario straordinario, ma solo per la chiusura della discarica e l’individuazione di un sito alternativo e non per l’affaire rifiuti”.

E Cerroni?
“Il Campidoglio nel novembre dell’anno scorso ha firmato un’ordinanza per obbligarlo alla messa in sicurezza dell’area. Tutto era nato da una ricerca dell’Arpa condotta nel corso dell’anno, che forniva dati allarmanti e che finalmente davano concretezza ai sospetti sull’inquinamento della falda acquifera di Malagrotta. Nell’acqua i livelli di tutte le sostanze tossiche analizzate, dal nichel al ferro, sono stati trovati al di sopra dei limiti di legge. Insomma, finalmente i cittadini avevano delle prove, ma sempre nei giorni scorsi il Tar ha accolto il ricorso che Cerroni aveva presentato contro l’ordinanza comunale e così non è formalmente obbligato ai controlli, anche se il sindaco Alemanno ha promesso che ricorrerà al Consiglio di Stato contro la sentenza”.

Ma il pericolo è solo nell’acqua?
“Ovviamente no. La falda acquifera è la prima vittima, poi c’è l’inquinamento dell’aria e ci sono, soprattutto, i rischi per la salute, sui quali, però, ancora non esistono dati certi: alcune ricerche, ad esempio, in passato evidenziarono una strana incidenza di tumori alla laringe nell’area, ma molti criticarono queste stime affermando che il campione considerato era esiguo e quindi statisticamente irrilevante. Da due anni, poi, il dottor Francesco Forastiere, epidemiologo dell’Asp Lazio (Agenzia di sanità pubblica), sta studiando i rischi di mortalità nella zona e i dati dovrebbero essere pronti entro la fine di quest’anno”.

Quindi possiamo definire Malagrotta una realtà a rischio?
“Certo. Il 3 novembre 2008, per la prima volta, una sentenza del tribunale di Roma ha stabilito con certezza l’esistenza del danno ambientale provocato dallo smaltimento di rifiuti pericolosi non autorizzati. Bisogna considerare, poi, che a Malagrotta c’è una molteplicità di impianti: un inceneritore Ama per i rifiuti ospedalieri, la raffineria, le cave, 2 impianti per il trattamento meccanico biologico, dei quali uno è fermo, e un gassificatore. I costi sono molto alti, ma il problema è che finché arriveranno in discarica rifiuti indifferenziati non cambierà nulla”.

Perciò la raccolta differenziata è l’unica via percorribile?
“La migliore. Tra l’altro è sempre stata la protagonista assoluta dei piani regionali sui rifiuti di cui parlavamo prima, ma poco è cambiato in 10 anni e Roma resta inchiodata intorno al 20%. Già nel piano Verzaschi, quello della Giunta Storace per intenderci, si riscontrava un livello di differenziata nel 2002 pari al 20% e si fissava per il 2003 l’obiettivo di arrivare al 35. Il piano Marrazzo, poi, dovette rivedere la stima effettiva al 14% nel 2007, prefiggendosi addirittura di arrivare al 40% nel 2010. Oggi il governatore Polverini parla del 60% entro il 2011. Ovviamente parliamo di differenziata a livello regionale. Quanto a Roma, in base ai dati Ispra riferiti al 2008 la percentuale di rifiuti differenziati avviati al riciclo si ferma al 17,4%, secondo l’Ama, a gennaio 2011 la differenziata è al 24,1 contro il 23,5 del dicembre precedente, quindi sarebbe salita di più di mezzo punto in un mese”.

Alla fine, Malagrotta chiuderà?
“Sembra proprio di sì, si era detto che i rinvii potevano arrivare al massimo a settembre. Si sono fatti tanti nomi per il sito sostitutivo: Allumiere, Pian Dell’Olmo, Monti dell’Ortaccio, un terreno che tra parentesi è sempre di Cerroni. Oggi il più accreditato sembra essere Pizzo del Prete, a Fiumicino, ma potrebbe essere solo uno specchio per le allodole: i cittadini di Testa di Cane, infatti, un altro dei nomi che circolavano, continuano a testimoniare la presenza di cantieri al lavoro. L’individuazione dell’area, comunque, deve tenere conto dei veti ambientali: a Fiumicino, ad esempio, una presenza ingente di rifiuti attirerebbe un gran numero di gabbiani che causerebbero seri problemi agli aerei del vicino scalo aeroportuale”.

Come vedi il futuro dei rifiuti?
“La politica non ha scelta: deve essere ambientalista. Si deve potenziare la differenziata: anni fa il Campidoglio aveva prodotto un documento con varie proposte interessanti, dall’avvio di marchi green da distribuire alle amministrazioni, al potenziamento del trasporto su ferro. Senza la raccolta differenziata, comunque, qualunque altra soluzione è solo uno spostamento in avanti del problema: dobbiamo spezzare la catena cassonetto-discarica-inceneritore in favore della logica del riciclo e della filosofia del riuso. Una politica virtuosa si può attivare: lo dimostrano piccole isole felici come Colli Aniene, in cui la differenziata è attiva dal 2007 e in cui, grazie a varie iniziative, si è arrivati a toccare il picco del 60%”.

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