Beni archeologici a Roma: nel 2013 riapre il Porto di Testaccio. Intanto la Capitale dona 5 milioni di euro al Polo museale di Napoli

Porto di Testaccio

Il progetto da cui parte tutto - decisamente ambizioso - è di rivalutare tutti gli approdi di Roma: ridefinire il percorso fluviale, valorizzare gli antichi accessi al Tevere, dimenticati da anni. L'avvio è stato dato con l'arsenale pontificio che dovrebbe essere pronto entro la fine del prossimo anno mentre, se verrà approvato, il 2013 vedrà la messa in opera del progetto di valorizzazione del Porto di Testaccio il più grande e importante della Roma imperiale, che 'rinascerebbe' dopo vent’anni di scavo e indagini, con l'apertura di un cantiere archeologico e la messa in sicurezza per le visite del pubblico.

Concedeteci il solito pragmatismo: quanto costerebbe il tutto al Comune di Roma? La cifra stimata dal sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro durante il sopralluogo è di circa un milione di euro: "un primo fondo di 500mila euro per il 2012 e altri 500mila per concludere nel 2013", integrando il progetto con quello dell'arsenale pontificio. Chi dovrebbe stanziarli? Ovviamente "Roma Capitale". I soldi ci sono? Sembra proprio di sì - e più di quanti si creda...

Il problema dell’archeologia di Roma è anche quello dei fondi non spesi. Dalla individuazione di un progetto alla sua realizzazione passano mediamente 19 mesi, perché vanno rispettate norme. E i soldi sono fermi. La questione sta tutta nell’avviare riforme di procedure che semplifichino questi passaggi burocratici.

Cosa fare quindi di parte del denaro stanziato ma 'congelato'? Ci sono sempre le emergenze. Per esempio quella del polo museale di Napoli (il famoso e splendido museo di Capodimonte) che ha maturato un debito tra gli 8 e i 9 milioni di euro di cui - sempre secondo le parole di Giro - urge il risanamento. Lo consente il decreto FUS (Fondo unico per lo spettacolo) con "una piccola norma che stabilisce che le soprintendenze più ricche possono aiutare le soprintendenze più povere".

Ci sembra importante che il patrimonio culturale del paese non vada sprecato per colpa di gestioni sciagurate, ma ci chiediamo: è giusto che siano le sovraintendenze più ricche a farsene carico? Se ricevono o incassano più soldi, non dovrebbero farli fruttare per migliorare ulteriormente la qualità dell'offerta (e magari scavalcare i tempi biblici necessari per la messa in opera)? A voi la risposta.

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