Beatificazione di Giovanni Paolo II. Il rapporto di Wojtyla con Roma

wojtylaSemo romani. Questa la frase che campeggia insieme alla foto di Giovanni Paolo II nelle centinaia di locandine che fanno bella mostra di sé su vetrine di negozi, casse di bar, lampioni di Roma alla vigilia della beatificazione del 1 maggio.

Il papa che si sforzò di parlare italiano già dal suo primo discorso (ricordate “se sbaglierò mi corrigerete”?) aveva infatti risposto con una serie di espressioni romane (appunto semo romani, ma anche damose da fa, volemose bene) a un parroco che nel 2004 lo aveva apostrofato scherzosamente: il Papa che parla le lingue di tutte le nazioni del mondo, perché non parla anche romanesco? Quella fu la sua risposta.

Un rapporto particolare, quello del Papa con Roma, che va però al di là della celebre frase. E non è un caso che fu proprio durante una visita a una parrocchia della Capitale, che la frase in romanesco fu pronunciata: il Papa le visitò tutte e 300, le chiese di Roma.

Ma lo abbiamo visto in molti altri luoghi della nostra città (vedi ad esempio il bel volume che ne raccoglie alcune, Giovanni Paolo II e Roma, di Antonio Scornajenghi, in questi giorni in libreria).

Ha voluto percorrere le sue "via Crucis" ai piedi del Colosseo, ha visitato l'aula del Campidoglio, affidando in quella occasione la città a Maria “Salus populi romani”, venerata ai piedi della scalinata di Piazza di Spagna. Ha scelto Tor Vergata come contesto per il Giubileo.

Tante insomma sarebbero le istantanee riprese dai giornali di tutto il mondo, che riportano l’immagine del Papa sullo sfondo di uno dei capolavori architettonici di Roma, nell’impresa originale di trasportare il suo messaggio evangelico nelle strade percorse ogni giorno, traducendolo in “dialetto” di vita.

Foto | Flickr

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