"Il lavoro rende liberi": l'insegna rimossa al Pigneto e l'intervista che riaccende la polemica

Un atto infame e vergognoso. E’ gravissimo che ci siano persone che si sono messe a fare una scritta antisemita in ferro battuto e ad inchiodarla contro un muro è un fatto estremamente grave e mi auguro che gli inquirenti trovino subito i responsabili.

Un gesto odioso e gravissimo, mi auguro che i responsabili siano quanto prima individuati. E' un’offesa a quanti hanno vissuto l’orrore di Auschwitz a chi in quel campo di sterminio ha perso la vita.

Questi erano stati i commenti 'a caldo' rispettivamente del sindaco Alemanno e del presidente della Regione Lazio Renata Polverini, alla comparsa dell'insegna sul ponticello pedonale che collega i due lati della Circonvallazione Casilina al quartiere Pigneto. Noi vi avevamo segnalato la cosa e il nostro Rondone si chiedeva (e vi chiedeva) se fosse necessaria una provocazione simile per focalizzare l’attenzione sulla sicurezza sul lavoro.

"Work Will Make You Free", riportava la scritta in ferro (ora rimossa). Richiamo immediato al tristissimo "Arbeit macht frei" che campeggiava all'ingresso dei campi di concentramento nazisti: "Il lavoro rende liberi". Paura e sdegno di molti, vista anche la scritta ingiuriosa comparsa più o meno nelle stesse ore in via del Casaletto ("25 aprile siamo ancora qui", una croce celtica di Ordine Nuovo e la 'firma' dux). Si scatena una sorta di 'caccia all'uomo' che culmina con la scoperta di un ragazzo lucano, artista e lavoratore precario che smentisce ogni forma di apologia:

Ma quale apologia di Olocausto? Non scherziamo. Se c'è uno che odia il nazismo sono io. Ho deciso di parlare per questo. Sono un artista che ha voluto aprire un dibattito, non posso e non voglio essere confuso con teppisti o fanatici.

Una video intervista per "Il Fatto quotidiano" (che vi mostriamo a inizio post) dove spiega le ragioni della sua installazione, realizzata come forma protesta contro il precariato e l'idea di società-lager. Con una serie di dichiarazioni - un po' confusionarie, a dirla tutta - che chiamano in causa la famosa frase di Th. W. Adorno ("Dopo Auschwitz non è più possibile scrivere poesie"), l'artista trentaduenne chiarisce il suo punto di vista. "L'arte, per come la penso io, ha il dovere di sollevare problemi e suscitare dibattiti. Volevo questo, senza offendere nessuno. Se l'ho fatto, mi scuso". Basterà a spegnere le polemiche?

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