Roma arDente: Né arte né parte a Testaccio


Purtroppo (o per fortuna, dipende dai punti di vista!) la movida dalla Testaccio più popolare si è spostata concentrandosi praticamente in un’unica via, quindi il solo scopo per una passeggiata serale nel suddetto quartiere, che io personalmente adoro, è una bella cenetta alla riscoperta della cucina romana tradizionale.

In una delle strade più note, traversa della bellissima piazza che prende o dà il nome all’intero rione, c’è un’osteria di fondazione recente, consigliata anche da Slow Food, di proprietà di due beniamini del piccolo schermo: Ricky Memphis e Simone Corrente, star di Distretto di polizia.

Si chiama Né arte né parte questa trattoria a metà tra l’essere alla buona e il ricercato: una formula che ha avuto talmente successo da aver ‘partorito’ una gemella specializzata in pesce in zona Prati. Di media grandezza e ambiente tradizionale, i più calorosi saranno felici di sapere che hanno già sistemato i tavolini all’esterno, sia lungo via Luca della Robbia, sia lungo via Volta, con cui fa angolo.

Il servizio è simpatico, accurato e veloce e ci porta come starter un omaggio di moscardini freschi di giornata in guazzetto con crostini di pane bruscato: quanto basta per spalancare una voragine nello stomaco. Gli antipasti scivolano via nell’olio in cui hanno fritto una dozzina di ottime alici panate (con pastella tradizionale all’uovo) e i mitici carciofi alla giudìa, nel clou della loro stagionalità.

I primi sono i classici indimenticabili: spaghetti al cacio e pepe (peccato non serviti in crosta di parmigiano), i rigatoni alla gricia e alla carbonara, perfino la minestra all’arzilla che è il piatto del giorno del venerdì.

Chi veleggia verso il secondo, si mantiene nella tradizione della Roma che fu e nell’influenza che la Pasqua ha sui fornelli, con un ottimo abbacchio a scottadito con patate al forno al rosmarino, ma anche fagiolini all’agro come contorno di sugosissimi saltimbocca alla romana, preparati però con fettine di pollo o tacchino.

Anche i bambini, che preferiscono i gusti semplici, non resteranno delusi da una proposta di menu a base di maccheroni al sugo, polpette anch’esse in umido e un bel piatto premio di patatine fritte che sono sì un po’ bruciacchiate (c’è chi le preferisce così…) ma almeno sono fatte di patate vere e non surgelate.

Ovviamente il menu ha anche proposte più slegate dalla tradizione romanesca, ma quando state per scegliere tenete a mente qual è la vocazione del locale e di Testaccio in generale, che si potrebbe quasi ‘offendere’ se ordinaste qualcos’altro. Detto e consumato ciò, con acqua, vino e qualche caffè, il conto è da osteria: 30-35 euro a testa.

Ultima nota negativa è sul vino: con cotanta romanità, l’unico laziale in lista è il Cesanese del Piglio (che poi è meglio quello di Affile!) che tra l’altro, quella sera, neppure c’era e abbiamo dovuto ripiegare su altro.

Foto | Flickr

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