Perchè Roma Capitale non può fallire

Roma Capitale non può fallire: viva la finanza virtuale

Diciamolo una volta e per tutte: Roma Capitale non può fallire. Lo dice la legge italiana e chiunque affermi il contrario o è in malafede o è ignorante.

Il decreto salva-Roma non è che una foglia di fico, l'ennesima, da apporre sulle vergogne scoperte dei conti in rosso del più grande Comune d'Italia: vergogne che vengono nascoste ai cittadini, romani ed italiani, dal 2008.

Diciamo "romani ed italiani" perchè l'indignazione, e la rabbia, dovrebbe unire le coscienze popolari degli italiani e non dividerle in un dualismo che pensavamo fosse stato superato (sigh): quello tra nord e sud. Il dibattito politico è tutto incentrato su questo: da un lato la Lega che esulta perchè i cittadini del nord questa volta non salveranno Roma ladrona, dall'altro chi sente insopportabile quell'accusa, "ladrona", in una città dove gli stessi leghisti sguazzano liberamente come piranha in un acquario ben sigillato.

Le polemiche sul decreto salva-Roma sono una gigantesca presa in giro che svilisce ulteriormente il dibattito politico, annichilisce la cronaca su giornali e blog, disinforma la società: ai sensi del comma 5 art. 78 del Dl 112/2008 infatti la città di Roma non può fallire nè dichiarare dissesto (pur avendolo già fatto, avviando la gestione commissariale nel lontano 2008).

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Che cosa significa tutto questo? Semplicemente che Roma non può fallire e chi vi dice il contrario non sa o fa finta di non sapere: è dal 2008 che Roma è stata dichiarata fallita, non dall'altro ieri, ma sembrano tutti non essersene accorti.

Marino (che non ha colpe) dice che "dal 2008 le competenze sono state trasferite ad un commissario governativo": il succo del discorso è pressocchè identico.

Eppure, dal 2008, 500 milioni di euro l'anno servono alla città per ottemperare al piano di rientro con le banche (lo scrive chiaramente il Commissario nella relazione sul debito dell'aprile 2013) e a breve a questi se ne dovranno aggiungere altri 200, ogni anno. Cinque anni di amministrazione Alemanno hanno di fatto negato all'opinione pubblica la reale situazione nelle quali versano le casse del Comune e la legislatura Marino, fin qui, non ha di certo fatto meglio.

E' chiaro che attribuire le responsabilità unicamente al sindaco in carica è un po' esagerato: Ignazio Marino si è trovato invischiato in una vera e propria lotta intestina al Partito Democratico romano, che ha deciso di impedire al Consiglio Comunale di riunirsi per tutto il mese di gennaio e una parte di febbraio, facendo mancare il numero legale.

Lo denuncia "il pungolo", quel Riccardo Magi che oramai si è tirato addosso le antipatie di una buona parte di democratici romani (un'altra parte ha invece deciso di iscriversi a Radicali Roma):

"La verità è che l'approvazione del dl Salva Roma con le modifiche apportate al Senato avrebbe permesso alla classe dirigente nazionale e capitolina di continuare a prendersi in giro. Avrebbe commissariato un altro pezzo di Roma Capitale senza salvare Roma. A salvarsi sarebbero stati solo Giunta, Consiglio e partiti, che avrebbero fatto finta di continuare a governare non sapendo di essere, in realtà, soltanto bancarottieri messi nelle condizioni di non nuocere. [...]
Dismettiamo i servizi non essenziali, apriamo i servizi essenziali alle gare e valutiamo forme innovative come l’azionariato popolare, forme di cooperative di utenti, a contratti di servizi municipali, in grado di creare quel controllo sull’efficienza che cittadini chiedono come principale “bene comune”."

Matteo Renzi e Palazzo Chigi, dunque, non potranno salvare Roma: la Capitale deve necessariamente salvarsi da sola.

Impossibile, fino a quando il Consiglio Comunale non si riapproprierà del ruolo previsto dalla legge prendendo in mano i destini della città e cominciando a lavorare veramente: chiedere al governo un prestigio, o l'ennesima toppa, non è certamente il modo migliore di risolvere i problemi di Roma Capitale.

Appellarsi a Matteo Renzi, da parte di Marino, dovrebbe mirare ad un unico obiettivo: persuadere i democratici a rimboccarsi le maniche.

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