
Si chiamano ‘Roma tastes’ e il loro simbolo, inequivocabile, è un Colosseo stilizzato: sono caffé, olio, formaggio, vino, salse e condimenti, tutti prodotti che, secondo uno studio di Federlazio, hanno enormi possibilità di sfondare sul mercato asiatico.
Sempre secondo i dati, il futuro è costituito dall’India, Paese in cui quella italiana è la seconda cucina etnica più richiesta dopo la cinese: sia nei grandi alberghi di clientela internazionale, sia nella grande distribuzione alimentare.
Il consorzio per l’export di Federlazio, denominato appunto ‘Rome’, abbandonerà dunque il tradizionale mercato statunitense per quello indiano, per il quale, però, andranno studiati nuovi modelli di marketing specifici e rispettosi della cultura. È già stato aperto un contact point a Mumbai grazie al quale le piccole e medie imprese romane intraprenderanno il loro percorso di internazionalizzazione.
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Ricordate le polemiche scaturite dalla proposta della Lega di far studiare il dialetto a scuola? Beh, ora di questo non si parla più (o quasi), però ieri il Comune di Roma ha annunciato un’iniziativa che sembra tanto un contentino: l’introduzione nelle mense scolastiche di piatti regionali.
Scherzi a parte, l’iniziativa è stata decisa per combattere il cibo mordi e fuggi, il classico panino, e per insegnare i bambini a mangiare bene riscoprendo, perché no, le tradizioni e magari le origini della propria famiglia. Niente più merendine, quindi, e neppure la solita minestrina, ma via libera ai ravioli al pesto (Liguria), al farsumagru (Sicilia), alla polenta gratinata all’Asiago, (Veneto), al ris an cagnon (Piemonte), ai bocconcini di chianina (Toscana), alle pennette alla pizzaiola (Campania), alle lasagne (Emilia Romagna). Un piatto nuovo ogni mese, nel rispetto dei prodotti stagionali.
Quanto di più lontano, insomma, dal cous cous o dal riso alla cantonese che aveva introdotto Veltroni un paio d’anni fa in menu etnici studiati ad hoc per favorire l’integrazione e che, pare, non avevano ottenuto grande successo, a differenza del ragù servito ieri alla presentazione dell’iniziativa, che si chiama ‘I menu regionali-la qualità sale in cattedra’ presso la scuola Elsa Morante di Testaccio dove Alemanno ha pranzato insieme con i bambini.
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Riprendiamo la guida con una notizia recente la decisione di utilizzare le strade dell’EUR per disputare il Gran Premio di Forumla 1 di Roma. Non lo facciamo per riattizzare le braci della polemica (che è forte e giustificata: trovate tutte le notizie su 06blog), quanto per sottolineare due aspetti del quartiere Europa.
Il primo è la visione futurista che fa da premessa e contraltare all’architettura razionalista. Macchine veloci, il mito del motore e di una certa attitudine a trattare il paesaggio urbano come scenario. Come qualcosa che è ’sullo sfondo’, buono solo per esaltare il mito del progresso o per un utilizzo ‘formale’. In fondo, l’EUR oggi è in buona parte questo: una successione bianca (più grigia che bianca, a dire il vero) di palazzi che ospitano le sedi principali di grandi enti o aziende.
Dalla Confindustria alla SIAE (Società Italiana degli Autori ed Editori), dal Ministero delle Comunicazioni alla sede centrale dell’ENI nel famosissimo grattacielo (costruito nel 1962) che, con i suoi 80 metri per un totale di 22 piani è il più alto edificio della Capitale (considerando San Pietro come parte della Città del Vaticano). L’Eur è una specie di non-luogo dove il quotidiano fatica a farsi largo tra tanta monumentale esuberanza.

Avrebbe potuto essere un museo gioiello di Roma. Il luogo del trionfo del made in Italy. Un vanto romano agli occhi invidiosi del mondo, da quelli dei cugini francesi che pretendono di insegnarci la moda a quelli dei vicini milanesi spesso snob verso il mondo sartoriale romano. Parliamo del museo di Valentino, una promessa fatta dall’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni, a quello che oggi viene celebrato come “l’ultimo imperatore” ma che la giunta Alemanno non ha mantenuto.
A gettare benzina sul fuoco delle polemiche mai spente sono stati lo staff dello stilista e lo stesso Valentino, intervistato più volte in questi giorni per l’uscita di un film sulla sua vita. “Veltroni si era impegnato davanti a tutto il mondo- ha detto suo il braccio destro, Giancarlo Giammetti- ma con la giunta Alemanno c’è stato un intoppo. L’assessore Croppi ci ha proposto di fare un museo per più stilisti, e noi non ci siamo più ritrovati con quell’idea”.
Fin qui la storia. Ma cosa c’è veramente dietro allo stop al museo di uno dei più grandi stilisti di tutti i tempi? La risposta, per chi frequenta le stanze del Campidoglio e quelle di AltaRoma, è nota da tempo. Un museo unico a Valentino avrebbe scatenato l’ira degli storici stilisti romani, alcuni dei quali avrebbero anche minacciato di disertare le sfilate romane azzoppando definitivamente una rassegna che da anni si vuole rilanciare ma che da tempo registra poca visibilità causa assenza degli stilisti top. Ma c’è di più.
Era il 2003 quando a Roma, Gabriel Berretta aka kudu, Valerio Ciampicatigli e Simone Bartolucci, compagni di università accomunati dalla passione per il design e da un nome che segna il loro destino dalla nascita, hanno dato vita al progetto Paula Designers 4 Necessity.
In realtà il nome delle loro tre mamme, tutte insegnanti, è Paola, ma la “u” lo rende esotico e un po’ trans (a loro dire), anticonvenzionale e originale quanto basta per i progetti che hanno in mente, debitori con ironia degli stereotipi legati alla generazione del Made in Italy, alla quale rimangono fedeli seppure a modo loro. Da allora il team creativo di Paula, respirando e metabolizzando gli stimoli di street art, writing, fotografia e video arte, ha progettato t-shirt, lampade e complementi d’arredo in grado di stimolare chiunque ne entri in contatto.
Originali nelle loro scelte fino in fondo, hanno aperto un atelier in via Romanello da Forlì 25, nel quale oltre a nuove prospettive di design prendono corpo visioni concrete dello stesso. Io però qui mi fermo, perché nessuno meglio di Gabriel, Simone e Valerio più rispondere ad una serie di curiosità che girano in testa alla sottoscritta e forse anche nella vostra.
Se vi stuzzica l’idea di imbattervi nell’amata Vespa GS 150 realizzata per la Piaggio nel 1955 da Corradino D’Ascanio vicina ad un’interpretazione pop della mitica Fiat 500 e separata da una distesa di puntine giganti dallo scooter MP3 disegnato del giovane designer Marco Lambri, se siete curiosi di vedere da vicino una serie impressionante di opere artistiche che hanno influenzato e cambiato l’immaginario condiviso di tanta cultura ed estetica nonché del “Made in Italy”, vi consiglio di fare un salto al Macro Future di Roma e avventurarvi nella mostra Italian Genius Now. Back to Rome, prorogata fino al 17 maggio.
Attivando un dialogo suggestivo tra diversi linguaggi e mezzi espressivi che rispecchia anche l’evoluzione creativa e spesso non lineare di tanto Made in Italy, l’esposizione non segue un percorso spazio temporale quanto una serie di accostamenti audaci che tracciano il percorso artistico italiano come una serie di ‘quadri-intallazione’ allestiti negli spazi romani dell’ex mattatoio di Testaccio.
Aggirandovi tra i numerosi ed eclettici stimoli creativi messi in campo da Italian Genius Now. Back to Rome, vi troverete faccia a faccia con i quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto, lo stile ludico degli utensili da cucina di Stefano Giovannoni per Alessi, le opere d’arte da passeggio di un visionario della calzatura come Salvatore Ferravamo, le sperimentazioni cromatiche e stilistiche di Ettore Sottsass e del Maestro ceramista Aldo Londi per Bitossi, la poesia visiva o concreta di Nanni Balestrini, il linguaggio Neo Pop, ironico e Tropical Decò degli elementi d’arredo della linea Miami Swing disegnata da Alida Cappellini e Giovanni Licheri avendo come musa l’eclettico e sempreverde Renzo Arbore.
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