Roma criminale: 30 anni fa l’arresto di Enzo Tortora

“Dunque, dove eravamo rimasti?”. Così Enzo Tortora tornava dagli studi televisivi di Portobello nelle case di milioni di italiani il 20 febbraio 1987, lasciandosi finalmente alle spalle il caso di malagiustizia in cui fu coinvolto e che lo ha a ragione elevato a simbolo italiano dell’errore giudiziario.

Ma la storia inizia più lontano: la sua, professionalmente parlando, negli anni ’50, perché è considerato uno dei padri fondatori della televisione italiana, al pari di Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Corrado e Raimondo Vianello; quella del brutto caso che lo portò alla morte (per cancro ai polmoni, il 18 maggio 1988, meno di un anno dopo la riabilitazione completa del suo nome e il suo ritorno in tv) comincia ufficialmente il 17 giugno 1983, esattamente 30 anni fa, quando all’alba viene bloccato in un albergo di Roma, ma solo nella tarda mattinata verrà condotto in carcere, giusto in tempo per farlo ritrarre in manette da giornalisti e fotografi.

L’accusa è di quelle infamanti: associazione per delinquere di stampo camorristico e traffico di stupefacenti. Il mandato viene dalla Procura di Napoli, perché a fare rivelazioni sul suo conto sono proprio dei pentiti di camorra coinvolti in un’inchiesta con ben 856 ordini di cattura. In primo grado il presentatore verrà condannato a 10 anni di reclusione, fino all’assoluzione in appello, ben 4 anni dopo, quando avrà scontato già 7 mesi di carcere e il resto ai domiciliari.

A ripercorrere il caso e analizzare le prove che condussero al suo arresto, ci sarebbe da ridere se non fosse che la vicenda abbia realmente sconvolto la vita di un uomo fino a portarlo alla malattia e alla morte. Il nome di Tortora (che poi la perizia calligrafica stabilì essere invece Tortona), fu trovato nell’agendina di un camorrista, scritto accanto al numero di un’utenza telefonica poi risultata estranea al conduttore. Inoltre uno dei suoi principali accusatori, il pentito Pandico, si scoprì che aveva mandato alcuni centrini dal carcere dove era detenuto affinché fossero venduti all’asta della trasmissione Portobello. Purtroppo la redazione li smarrì, con tante scuse nonché un risarcimento a Pandico di ben 800mila lire, ma il pentito iniziò a subissare Tortora di lettere sempre più minacciose e a carattere estorsivo, fino ad arrivare alla accuse di cui sopra.

Nel corso della sua detenzione, Tortora divenne un simbolo dell’ingiustizia italiana, e il suo caso fu preso particolarmente a cuore dal Partito radicale, che un anno dopo il suo arresto lo fece eleggere al Parlamento Europeo. Il presentatore però, un anno e mezzo e una dura condanna dopo, decise di continuare a battersi per dimostrare a tutti la sua innocenza, rinunciando alla carica e, di conseguenza, all’immunità parlamentare. L’assoluzione arriverà solo nel settembre 1986, quando contro i pentiti viene avviato un processo per calunnia.

Non tutto è bene quel che finisce bene, ma almeno la risonanza del caso Tortora un paio di buoni frutti li ha portati: innanzitutto il divieto per la stampa di pubblicare immagini di persone ammanettate, in quanto ritenute lesive della dignità personale, e poi il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, approvato all’80% ma poi di fatto abolito dalla legge Vassalli. A Enzo Tortora, infine, la nostra città, quella dove fu arrestato ben 30 anni orsono, ha dedicato una strada, nel quartiere Saxa Rubra, vicino al centro Rai, e ha intitolato la biblioteca comunale del Municipio I, nella zona di Testaccio.

Foto | Flickr

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