Antropologia urbana: gli architetti americani a Tor Tre Teste

pubblicato: martedì 24 ottobre 2006 da giovanni de stefano

Da quando, il 26 ottobre 2003, fu consacrata Dives in Misericordia - la chiesa romana di Richard Meier - non mi era ancora successo di passare semi-sobrio dalla via di Tor Tre Teste in cui svetta il suo profilo. Essendo una di quelle vie di Roma che, di norma, mi conducono - quando proprio ho sbagliato strada di parecchio - da uno dei miei luoghi dell’abbrutimento, fino a casa, solo ora, che l’ho visitata in pieno giorno, posso capire quanto poco, almeno nel caso di questa visione notturna, potessi incolpare il vino del quagliaro.

Nulla da togliere alla vecchia, salda metafora marinara dei numerosi edifici che tanto ci fanno navigare, con la fede o la fantasia, che siamo a Santa Maria in Domnica al colle Celio o all’Opera House di Sidney. Qui, essa viene esplicitata attraverso l’immagine di una chiesa che non possieda solo una navata, ma addirittura delle vele, che la sospingano, e perfino la orientino correttamente (col vento che verrebbe da est).

Tuttavia, in un’altra direzione si sono un poco fatti prendere la mano.

Girando attorno alla massa bianca di calcestruzzo Italcementi, fino all’ampio cortile retrostante, ci si rende presto conto di come la chiesa non abbia abside, a meno che non si tratti di una sottile parete trasparente fra cortile e sagrestia.

L’altrettanto antica metafora eno-gastronomica della liturgia cristiano-cattolica, qui è portata alle estreme conseguenze. Col rivelarsi al fedele fin dall’esterno, attraverso il solo plexiglass che lo separi ancora dall’interno, questa chiesa, come un sushibar particolarmente design e sicuro delle proprie cucine, proclama nientemeno che l’epoca della reality messa.

Le sagrestie, da sempre, stanno al celebrante-capitano venuto di fretta o semplicemente desideroso di backstage, come i bagni delle feste delle medie stavano alle nostre compagne meno truccate o fuori dress-code: al di là dell’ansia da prestazione di una sala gremita, delle comode panic room, per un ultimo momento di riflessione, prima di entrare trionfalmente in scena.

Ci dovrebbe essere un limite alla simbolizzazione di una chiesa aperta ai fedeli e questo vedo-non prego di cui Meier ha dotato il suo vascello: un buco della serratura più grande della porta stessa.


Foto | 06blog.it

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Commenti dei lettori

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  • marcellopera

    24 ott 2006 - 23:40 - #1
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    che robba! un catto-vascello alla monty python pronto a salpare al grido de “il pranzo è servito”, se è una tua allucinazione devo dire che mi sembra di vederla anch’io

  • ilgattosilver

    25 ott 2006 - 09:49 - #2
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    Ma va?
    Pure tu conosci il quagliaro?!?!

  • Profilo di giovanni

    giovanni

    25 ott 2006 - 12:37 - #3
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    Non sarei neanche la metà di quello che sono se non ci fosse stato largo Mola di Bari nella mia vita. E’ davvero troppo che non ci metto piedi, e sto quasi dimagrendo, per giunta.

  • laura

    28 ott 2006 - 03:59 - #4
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    ecco ora che leggo questo post ho sempre più fame, e voglia di quagliette!

  • Profilo di giovanni

    giovanni

    28 ott 2006 - 15:42 - #5
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    Mi ricordo, una volta, ai primi tempi dell’euro, di averci mangiato, escusi i vini, con sei di quelle monetine ancora luccicanti.

  • 06blog

    02 dic 2006 - 17:20 - #6
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    […] […]

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