Smith ed Evans a Roma: nel ricordo di Messico '68

Tommie Smith e Lee Evans stupirono il mondo. Era l'ottobre 1968, erano i giochi olimpici di Città del Messico; dalla pista al podio, i due velocisti neri e americani denunciarono il razzismo nel loro paese con un gesto clamoroso: Smith, scalzo, alzò il pugno sul gradino più alto dei 200 metri assieme al connazionale John Carlos, Evans si avviò a ritirare la sua medaglia per la vittoria nei 400 con la stessa posa: sguardo chino in terra e guanto nero sotto le note dell'inno nazionale. Gli tolsero le medaglie e li cacciarono dai Giochi, chiesero loro di scusarsi, in patria furono minacciati più volte di morte.

Ora sono qui a Roma, ospiti dei festeggiamenti per il mezzo secolo di lavoro dell'amico Gianni Minà. E giurano, nessun pentimento; nonostante, dice Smith, il ritiro dall'atletica a 24 anni, la disoccupazione sebbene avesse due lauree. "Volevamo rappresentare l'altra faccia del nostro Paese. Dare voce a un sentimento che sentivamo il bisogno di esprimere: la consapevolezza di essere oppressi, fin dalla nascita. Correre non era l'unica cosa che sapessimo fare". Poi un pensiero alla politicia e all'atletica di oggi, così diversa dai quei tempi. Obama, più di molti loro colleghi, incarna lo spirito che li mosse a quel gesto: "Obama ha un atteggiamento diverso - dice Evans - sa di poter vincere". E' diverso da Carl Lewis, o Michael Johnson, definiti velocissimi ma con meno consapevolezza della realtà: "Ai nostri tempi c'era il primato dell'orgoglio. L'attenzione per tutto quello che ci circondava. Oggi l'amore per i dollari ha scalzato quel primato. E ha creato quelli che io considero i corridori per denaro".

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