
Alzi la mano chi sa chi era la Pimpaccia? Non lo sapeteee? Ma che romani siete! Pimpaccia era il ‘simpatico’ soprannome che il popolo di Roma riservava a Olimpia Maidalchini che forse, assieme a Beatrice Cenci può considerarsi la donna romana più famosa e influente di sempre.
Sposata a un Pamphilj, Donna Olimpia fu però molto più legata al cognato, il futuro Papa Innocenzo X. Donna potente, ricca e anche un tantino taccagna, almeno così raccontano le leggende e i motti popolari di Pasquino, tanto che sembra sia dovuto a lei il proverbio “chi dice donna dice danno”, continua a far paura anche da morta: pare che il suo fantasma, alla guida di una carrozza trainata da cavalli infuocati, percorra ogni 7 gennaio (anniversario della morte di Innocenzo X) il Ponte Sisto per sprofondare, poi, nel Tevere, insieme con tutti i suoi tesori.
Secondo un’altra versione della storia, il fantasma tira un cocchio trainato da demoni lungo il vecchio fosso Tiradiavoli, individuato al di sotto dell’attuale Via di Donna Olimpia, al termine della quale, nei pressi di Villa Pamphilj, si apriva una voragine infernale dalla quale il diavolo tentava di riportarsela via.

Quanti di voi hanno mai provato l’ebbrezza di mangiare a bordo di un vagone ristorante? Se non l’avete mai fatto, ma l’esperienza vi aggraderebbe, dovete proprio provare Sottantreno, il pub-ristorante che dall’originale collocazione sull’Ostiense si è da poco spostato a Monteverde, dove di ferrovie ce n’è in abbondanza: il locale, infatti, è praticamente equidistante dalle due stazioni di Trastevere e Quattro Venti, sulla Roma-Capranica-Viterbo.
Passando attraverso la porta d’ingresso (di un vagone originale), vi troverete catapultati all’interno di un vero vagone, con tanto di finestrini, leva del freno di emergenza e portabagagli con valigie (finte), sedili e tavoli da vagone ristorante e addirittura una suggestiva installazione che sotto al pavimento in plexiglas riproduce le rotaie.
Insomma, nulla a che vedere con l’eleganza dell’Orient Express, ma che ci sia la mano di un architetto si vede, non foss’altro che per i bei lampioncini in stile liberty e per il sapiente utilizzo delle luci che conferiscono al locale una suggestiva atmosfera da lume di candela che, abbinata alla musica di sottofondo, fa davvero venir voglia di scambiare quattro chiacchiere in tranquillità.

Immaginate la scena: state lavorando come cameriere in un ristorante-pizzeria di medio livello che ha una clientela di quartiere, ma in parte anche stranieri grazie alla vicinanza con il Gianicolo. Un avventore vi chiama e vi ordina una bufalina e una media chiara: voi cosa gli porterete?
Ebbene sì, è una storia di vita vissuta, quella che vi racconto oggi e che è accaduta non molti giorni fa al Carpe Diem al Gianicolo, ristorantino e pizzeria dall’ubicazione un po’ infelice che volevo provare da tanto tempo. Il cameriere (anzi, si trattava di una lei) alla mia ordinazione (N.B.: la pizza con pachino e bufala nel loro menu è proprio indicata come ‘bufalina’) ha sgranato gli occhi e alla fine, disperata, mi ha chiesto: “Chiara cosa?”!!!!
Ma dove vive, su Marte???!!! Lo so, sto infierendo un po’ troppo, ma come al solito iniziamo dalle note dolenti per poi risalire la china. Ma le note dolenti non sono finite, purtroppo: pur essendo una serata qualunque di un giorno feriale, con il locale pieno a metà, l’attesa dei piatti ha superato abbondantemente la mezz’ora. L’unica scusante era che eravamo in 8 e avevamo ordinato tutti cose diverse tra cui, appunto, la mia pizza.

In questi tempi di crisi anche una serata a cena fuori può essere un lusso, per fortuna ha aperto U’Pescator, ristorantino nel cuore di Monteverde, affacciato su Villa Pamphili, che offre tutte le sere e pure la domenica a pranzo, menu semi-fissi alla ragionevole cifra di 25 euro.
Così, con l’acquolina in bocca e la speranza che il piccolo locale su due piani al civico 6 di via Pio Foà trovi finalmente un po’ di pace (dopo una lunga gestione cinese non si contano più i cambi in pochi anni, quasi vi fosse una maledizione) un venerdì sera, giorno di pesce fresco, facciamo la conoscenza del ‘pescatore’.
Sì, perché il ragazzo che serve ai tavoli con genuina irruenza napoletana, pescatore a Pozzuoli lo è stato davvero e attualmente è titolare di una pescheria nel quartiere Aurelio; l’idea di lanciarsi nella ristorazione, pur con il pesce, cioè quel che conosce meglio (guai a chiede carne, per carità) è venuta dopo.

A tutti, prima o poi, capita di essere portati fuori a magiare con la promessa dell’amico di turno che ti risuona nelle orecchie da almeno una settimana: “ti stupirai”, “non ne parliamo che mi viene l’acquolina in bocca”, “una gricia così non l’hai mai assaggiata…” ecc. ecc. Armati di tanta sana curiosità, una discreta fame e con un pregiudizio, almeno nelle intenzioni, ridotto al minimo, varchiamo la soglia di Civico70, a Monteverde, sempre lieti di ricevere in dono una bella esperienza dal nostro quartiere natale.
Questo ristorante mignon non esiste da tanto tempo: l’entrata è difficile da individuare se non lo si sta espressamente cercando, nonostante le dimensioni dell’insegna a neon arancione, e la sala è su due livelli, con i tavoli visibili in parte dalla strada.
Arredi moderni e colori tenui, Civico70 ci annuncia connubi tra gusti tradizionali e rivisitazioni innovative, materie prime di stagione e di prima scelta, il recupero di ricette dimenticate e un’attenzione particolare alla cura del menu dei dolci.

A volte bisogna dare a un ristorante una seconda possibilità. Raccogli tutte le tue forze, cerchi di convincerti che magari quella volta eri tu a essere particolarmente insofferente, che forse è passato talmente tanto tempo che non puoi ricordarti esattamente come avevi mangiato, che al limite anche al cuoco o al pizzettaio più bravo qualcosa può venir male. A volte.
Ero stata a La Carovana anni fa d’estate, accolta alla tavola familiare del compleanno di una cara amica e il giardino, grande anche se un tantino affollato, mi aveva colpito favorevolmente. Un po’ meno la cena a base dei soliti fritti alla romana e bruschette che precedono la pizza che poi, per me, è sempre margherita salvo rare eccezioni.
L’altra sera, quando un’altra amica mi propone, dopo anni, di tornarci per una serata revival in 10, conoscendo le sue difficoltà nel mangiare, non batto ciglio e accetto. E devo dire che su alcune cose mi sono ricreduta, ad esempio gli ottimi fritti, abbondanti nella quantità ed extralarge nel formato: in particolare le crocchette di patate finalmente fatte a mano e i fiori di zucca ripiene di vere aliciotte e bene anche le redivive mozzarelline. Meno interessanti i supplì dal sugo un po’ troppo pallido.

La cosa che colpisce immediatamente, quando si va a cena a L’Antico Arco, è la profonda differenza di atmosfera che c’è tra l’interno e l’esterno. Il primo, infatti, è molto curato e movimentato, ristrutturato di fresco con un bianco abbagliante e ultramoderno che fa un felice contrasto con l’architettura ottocentesca del palazzetto, donando al locale un tocco raffinato ed elegante.
Inoltre i diversi ambienti in cui si articola, alcuni grandi, altre vere e proprie salette appartate, lo rendono la scelta ideale per cene intime o piccoli eventi… peccato quella piccola caduta di stile che è il barboncino impagliato in cima alle scale!
L’esterno, invece, lascia un po’ più a desiderare: non tanto per l’ubicazione sul piazzale Aurelio (ormai mezzo pedonalizzato) alle pendici del Gianicolo con l’affaccio sulla storica Porta San Pancrazio da cui il ristorante prende il nome, quanto per la pressoché totale assenza di parcheggio nelle vicinanze.
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Nato sulle ceneri di una nota pizzeria che ha chiuso nonostante i massicci passaggi pubblicitari sulle radio romane, Blend più che un ristorante è una filosofia: quella di coniugare la buona musica, rigorosamente dal vivo, con il buon cibo.
E per farlo, la cucina pesca dalle tradizioni italiana e americana con qualche spruzzatina di spezie mediorientali, proprio come le serate live spaziano dalle chitarre rock alle trombe jazz fino alle sonorità soft e struggenti del pianoforte. E mentre vi godete tutto questo (i concerti sono ogni mercoledì, venerdì e sabato a partire dalle 22.30) guardatevi anche un po’intorno: arredo minimal, nuances che spaziano dal rosso al bianco al nero e una terrazza che speriamo presto attrezzino a giardino d’inverno.
Siamo andati a provare Blend un venerdì sera sul presto e non c’era molta gente, vista l’abitudine a tirar tardi (anche per la cena) dei nostri concittadini: così la cucina può dedicarsi quasi completamente a noi e prepararci un bel misto di fritti in cui le classiche crocchette si accompagnano alla mozzarella filante e ai funghi che pastellati e dorati in padella sono un’ottima scoperta.

Nel mio cuore questo ristorante pizzeria è rimasto il posto ideale per le pizze di fine anno dalla scuola media in su. Eppure l’Eden, che dopo una parentesi neppure troppo breve in cui aveva cambiato nome (non so gestione) trasformandosi in Paò salvo poi riprendere quello originale, da allora di strada ne ha fatta.
In effetti il locale funziona dal 1927 e ora si propone, negli ambienti e nel menu, come un ristorante chic che offre anche diversi piatti di ottimo pesce presentati con gusto e secondo le regole del bon ton del momento.
Tornarci, quindi, è stato un vero piacere e il caso ha voluto che vi finissi proprio per la cena di fine anno di un corso in cui eravamo ben più di una classe: tra congiunti vari oltre 40! Ma i proprietari dell’Eden non si scompongono (viste anche le dimensioni del posto) e ci sistemano in una saletta privata.

Ok, forse sono io che un po’ inconsapevolmente me le vado a cercare, forse è anche un po’ il Fato che le mette sul mio cammino, certo è che in questa direzione va il trend dello chic a tavola: ormai a Roma la pizza non si mangia quasi più (ovviamente è un’iperbole, non vi allarmate!), preferita alle nuove, che poi, in realtà sono antiche, schiacciate, pinse, focacce e chi più ne ha più ne metta.
L’Antica Schiacciata Romana, come il nome già suggerisce, ne ha fatto una bandiera, e nel menu il recupero di questa ricetta dei nostri avi è assoluto protagonista, non, per capirci, un semplice sostituto del pane. La storia della schiacciata, almeno come la interpretano in questo ristorantino con tavoli tondi e spaziosi, cucina a vista e vetrate sul marciapiede, arredato in stile minimal con toni pastello del nudo e del crudo, potete leggerla qui.
E poi, dopo aver letto, ovviamente, provarla, ma non senza essere stati introdotti, prima, dai fritti che, ormai lo sapete, sono la mia passione. Se sono anche la vostra, sappiate che quando verrete a cena qui non riuscirete a trattenere la goduria: è impossibile ricordare tutti i gusti, ve ne segnalo alcuni tra quelli che hanno travolto maggiormente le mie papille: arancini allo zafferano, alla ‘nduja, ripieni di ricotta e spinaci o di gorgonzola e noci. Il consiglio è di prendere più misti, in modo da assaggiarne a sufficienza (di gusti).
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